A - Schede film
Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico
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A DANGEROUS METHOD
regia: David Cronenberg; sceneggiatura: di Christopher Hampton, tratto dal testo teatrale ‘The Talking Cure’ di Christopher Hampton, ispirato al libro ‘A Most Dangerous Method’ di John Kerr;
fotografia: Peter Suschitzky; montaggio: Ronald Sanders;
scenografie: James McAteer; costumi: Denise Cronenberg; musiche: Howard Shore;
interpreti: Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon;
produzione: Recorded Picture Company, Lago Film, Prospero Pictures, Millbrook Pictures.(Gran Bretagna / Germania / Canada / Francia / Irlanda 2011, col., 99')
In concorso alla 68ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2011).
Primi del 1900, tra Zurigo e Vienna: in quel tempo e in quei luoghi si sviluppa il complesso rapporto tra i padri della psicanalisi, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, e la difficile relazione di entrambi con la paziente Sabina Spielrein, una ragazza russa di cultura elevata cui è stata diagnosticata una grave isteria aggressiva. Sabina è una paziente di Jung che, per curarla, decide di adottare la 'terapia delle parole' - il trattamento sperimentale di Freud - attraverso cui emerge un'infanzia segnata da umiliazioni e maltrattamenti da parte della figura paterna, così come un complicato rapporto tra sessualità e disordini di carattere emotivo. Con il passare degli anni, nonostante tra le teorie di Freud e Jung siano nate ampie divergenze, Sabina sarà curata con successo e diventerà lei stessa psichiatra. Tuttavia, la sua esistenza sarà comunque segnata dalla relazione con Jung. Con lui, infatti, nascerà anche un sentimento che andrà ben oltre il rapporto medico/paziente. (da www.cinematografo.it)
"Ci vogliono storie accattivanti (qui il legame tra Jung, Freud e la loro paziente Sabina Spielrein), sceneggiature di 'ferro' (Christopher Hampton da una sua pièce), attori di richiamo (Fassbender, Mortensen e Keira Knightley). L'importante è come si usano questi elementi. E Cronenberg li utilizza al meglio, 'raffreddando' la messa in scena e i dialoghi per 'incendiare' le tensioni che si agitano in profondità: macchina da presa quasi sempre fissa, inquadrature classicamente composte, recitazione controllatissima nei due psicoanalisti e più tormentata nella donna (che passa dalle isterie iniziali alle represse malinconie finali) per offrire allo spettatore il quadro di un mondo che vorrebbe controllare ogni cosa e naturalmente non riesce a farlo. 'Rubando' il mestiere ai due pionieri della psicoanalisi, Cronenberg usa il cinema come strumento analitico, per far emergere quello che si vorrebbe nascondere o dimenticare: ce lo mostra negli scarti che esistono tra le parole e le espressioni, nel contrasto tra l'eleganza degli ambienti e l'agitarsi delle passioni, nel conflitto tra l'educazione delle forme e la rabbia che nascondono. E alla fine il messaggio [...] arriva forte e chiaro." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 3 settembre 2011)
À BOUT DE SOUFFLE (Fino all’ultimo respiro) di Jean-Luc Godard
Soggetto: François Truffaut; Sceneggiatura: Jean Luc Godardsupervis. tecnica: Claude Chabrol; Fotografia: Raoul Coutard
Costumi: Jacques Maumont; Musica: concerto per clarinetto e orchestra k 622 e sinfonia n. 40 k 550 W.A. Mozart, Martial Solal; Suono: Jacques Maumont
Montaggio: Cécile Decugis, Lila Herman
Interpreti: Jean Seberg, Jean Paul Belmondo, Daniel Boulanger, Roger Hanin, Produzione: Georges de Beauregard per la Société Nouvelle de Cinéma, Parigi
(Francia, 1959, b/n, 90')
Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali...
Il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard rivoluzionò il linguaggio cinematografico con la sua strafottenza delle regole canoniche e propose un nuovo, aggressivo e frenetico approccio al "fare cinema". Oggi il film è ritenuto il manifesto della "Nouvelle Vague".
Michel Poiccard, alla guida di un’auto rubata, uccide un poliziotto ed è costretto alla fuga. A Parigi per riscuotere un debito, Michel fa visita a Patricia, un’americana col pallino del giornalismo, invitandola ad andare in Italia con lui. La ragazza preferisce però pensare alla sua carriera e infatti passa la notte con un giornalista. Il giorno dopo trascorre una giornata spensierata con Michel. I due passano la notte assieme nell’atelier di un fotografo. All’alba Patricia si reca dalla polizia per denunciare Michel, che, stanco di fuggire, si fa uccidere sulle strisce pedonali.
Considerato, assieme a I quattrocento colpi di Truffaut, il film manifesto della nouvelle vague À bout de souffle contiene tutto quel che Godard va teorizzando in quegli anni sui Cahiers: cinema a budget ridotto, girato fuori dagli studi cinematografici (e senza sonoro, così può suggerire le battute ai suoi attori, doppiando i dialoghi dopo le riprese), con un gusto per le citazioni (il cinema noir americano, con qualche suggestione di Melville). Godard vi sperimenta un uso completamente nuovo della macchina da presa (grazie anche al direttore della fotografia Raoul Coutard, impostogli dal produttore Beauregard), scardinando tutte le regole del cinema classico (durante l’inseguimento Michel esce con la macchina dall’inquadratura a destra e nell’inquadratura successiva vi rientra dalla stessa direzione…) costituendo un punto di riferimento imprescindibile per tutti i nuovi cineasti che si affacciano in quegli anni sulla scena europea. “Tenuta in spalla da Raoul Coutard, mossa continuamente dai suoi passi e dal suo respiro, la macchina da presa non resta mai immobile. Il suo perpetuo movimento nelle scene per strada si accorda con la costante animazione e con il traffico di Parigi. (…) Mentre si aggira in una camera d’albergo, la macchina da presa fa sparire dallo schermo uno degli interlocutori (tranne una guancia e un orecchio). Buona soluzione per evitare, durante un lungo dialogo, i campo-controcampo, questa vecchia convenzione usata (…) da Robert Bresson. (…) Godard (…), in fatto di talento, è possibile che la sappia più lunga [di Bresson o Truffaut]. I loro primi film sono stati, in confronto a À bout de souffle, dei goffi tentativi. Detto questo, preferisco la sincerità di Le beau Serge o di Les quatre cents coups, a questo sbalorditivo successo, di cui non mi piacciono né gli eroi, né le avventure”.
Georges Sadoul, «Les lettres Françaises» n° 818, 31 marzo 1960, in Roberto Turigliatto (a cura di) Nouvelle Vague pp. 236. Lindau, Torino, 1985
ARRIETTY (Karigurashi no Arrietty)
regia: Hiromasa Yonebayashi; sogetto: tratto dal romanzo "Sotto il pavimento. La prima avventura degli Sgraffìgnoli" di Mary Norton (Ed. Salani); sceneggiatura: Hayao Miyazaki e Keiko Niwa; musica: Cécile Corbel; supervisione all’animazione: Megumi Kagawa, Akihiko Yamashita; scenografie: Yoji Takeshige, Noboru Yoshida; color design: Naomi Mori; direzione immagine digitale: Atsushi Okui; montaggio: Rie Matsubara; sound designer / mixaggio re-recording: Koji Kasamatsu; direzione: ADR Eriko Kimura. Produzione: Studio Ghibli, Toho Company, Walt Disney Company, Buena Vista Home Entertainment, Dentsu, Hakuhodo Dy Media Partners, Mitsubishi Shoji, Nippon Television Network Corporation (NTV), Minato-K; distribuzione: Lucky Red (2011).
(Giappone 2010, col., 94’, animazione)
LE VOCI:Mirai Shida (Arrietty),
Ryunosuke Kamiki (Sho),
Shinobu Otake (Homily),
Keiko Takeshita (Sadako),
Tatsuya Fujiwara (Spiller),
Tomokazu Miura (Pod),
Kirin Kiki (Haru).
Sotto il pavimento di una grande casa situata in un magico e rigoglioso giardino alla periferia di Tokyo, vive Arrietty, una minuscola ragazza di 14 anni, con i suoi altrettanto minuscoli genitori. La casa è abitata da due vecchiette, che naturalmente ignorano la presenza di questa famiglia in miniatura. Tutto ciò che Arrietty e la sua famiglia possiedono, lo “prendono in prestito”: strumenti essenziali come la cucina a gas, l’acqua e il cibo; e ancora tavoli, sedie, utensili, o prelibatezze come le zollette di zucchero. Tutto viene preso in piccolissime quantità, così che le padrone di casa non se ne accorgano. Un giorno Sho, un ragazzo di 12 anni che deve sottoporsi a urgenti cure mediche in città, si trasferisce nella casa delle vecchiette. I genitori di Arrietty le hanno sempre raccomandato di non farsi vedere dagli umani: una volta visti, i piccoli abitanti devono lasciare il luogo in cui sono stati scoperti. L’avventurosa ragazzina, però, non li ascolta, e Sho si accorge della sua presenza. I due ragazzi iniziano a confidarsi l’uno con l’altra e, in breve tempo, nasce un’amicizia…
A SUD DI NEW YORK (South of New York)
regia e sceneggiatura: Elena Bonelli (Opera prima); fotografia: Blasco Giurato; montaggio: Yury Zarabini;
scenografia: Cinzia Di Mauro;
musiche: Sasà Flauto; canzoni originali: Luca Napolitano e Gianluca Buresta.
Con Elena Bonelli, Carmen Napolitano, Luca Napolitano, Francesco Paolantoni, Franco Neri, Gianfranco Gallo, Fioretta Mari, Patrick Rossi Gastaldi, Gianluca di Gennaro, Nunzio De Luca, Federica Sammarco, Marina Marchione.
(Italia 2010, col., 85’)
Carmelina, una giovane ragazza pugliese, sogna una vita migliore. Di giorno in giorno, mentre serve ai tavolini di un piccolo bar, canticchia canzoni d'amore assieme al fidanzato Marco, anche lui aspirante musicista. Jenny invece vive a New York, dove cerca di scovare nuovi talent scout da lanciare nel mondo dello star system musicale. Quando muore lo zio ricchissimo, Jenny si catapulta in Puglia, la sua terra d'origine, dove scopre di aver ereditato solo un mucchio di debiti da saldare e una macchina scassata piena zeppa di giornalini porno. Messa sotto pressione da uno strozzino, rassegnata a un futuro che promette solo disperazione, vede in Carmelina la possibilità di un riscatto tanto aspirato. Jenny (Elena Bonelli), donna da un passato di successo e ora alla ricerca di riscatto, punta tutte le sue carte su Carmelina (l'esordiente Carmen Napolitano), una giovane ragazza del Sud d'Italia con tanti sogni nel cassetto ma senza i mezzi per realizzarli. La loro intesa dà loro la forza di tentare insieme il "sogno americano" e le rende protagoniste di una serie di esilaranti gag e imprevisti. Insieme all'amicizia, i sogni e la musica non poteva mancare l'amore, che vede protagonista Carmelina e il suo amato Marco (il cantante Luca Napolitano). Un amore giovane ma già forte abbastanza per superare ogni confine.
“Ho voluto fare un film fresco, musicale, positivo, che desse spazio ai sogni giovanili come a quelli più adulti. Amore, amicizia, voglia di realizzare i propri desideri, il tutto raccontato con uno stile giovane, “pop” direi! Il mio desiderio era fare in modo che la gente si rendesse conto che tutto dipende dal nostro modo di affrontare il corso degli eventi [...]”. (Elena Bonelli)
"Il pubblico americano ha felicemente battezzato l’opera prima di Elena Bonelli, star della canzone romana nel mondo, questa volta regista e protagonista di South of New York, una coloratissima favola musicale ambientata tra Manhattan e le Puglie, già venduta in sei paesi: tra applausi e richieste di autografi, la Bonelli “cinematografica” è partita davvero bene". (Gloria Satta, Il Messaggero)
ALAMO BAY (id.)
R.: L. Malle. Sc.: Alice Arlen.
Int.: Amy Madigan, Ed Harris, Ho Nguyen, Donald Moffat.
(USA, 1985, col., 95')
"Alla fine della guerra del Vietnam, nell'aprile del 1975, più di mezzo milione di vietnamiti avevano abbandonato la loro terra attratti dall'American Dream. [...] È stata una delle più amare ironie della storia. Sono scappati perché avevano combattuto accanto agli americani contro il regime comunista; ma una volta arrivati negli Stati Uniti sono stati aggrediti da quella stessa gente di cui erano stati alleati in Vietnam.
Nel film viene presentata una situazione poco piacevole di cui nessuno voleva più sentir parlare; le reazioni sono state più negative delle previsioni, hanno anche attaccato la mia persona... Sono però molto orgoglioso di Alamo Bay che ritengo il mio miglior film "americano"; Lacombe Lucien era la mia grande storia francese, Alamo Bay è la mia grande storia americana: in ambedue i film racconto una storia molto complessa, con dei personaggi al limite". (Louis Malle)
"Malle compatta l'abbondante materiale accumulato e realizza un'opera il cui spessore tematico e la cui consistenza narrativa si mantengono in equilibrio fra squarci documentaristici e sapori western (è stupefacente la sua analisi ambientale e precisa la definizione dei caratteri), pur continuando a guardare all'America con occhio europeo. Il regista spende interamente il primo tempo del film in descrizioni di forte resa sul piano documentaristico: questa modalità narrativa (che in Alamo Bay favorisce anche reminiscenze neorealistiche) è ben nota a Malle e serve per connotare antropologicamente il suo discorso morale". (Giovanni Desio)
ALEXANDRA
di Aleksandr Sokurov
Musiche: Andrey Sigle. Le musiche sono state eseguite
dalla Orchestra Sinfonica del Teatro Mariinsky, diretta da Valery Gergiev;
montaggio: Sergei Ivanov; scenografia: Dmitri Malich-Konkov
con Galina Vishnevskaya, Vasily Shevtsov, Raisa Gichaeva,
Andrei Bogdanov, Alexander Kladko
(Russia 2007, col, 92’, v.o. con sott. italiani)
Alexandra è la nonna di un giovane capitano delle truppe russe di stanza in Cecenia. Ha avuto il permesso di raggiungere suo nipote e per qualche giorno condivide la vita dei soldati accampati ai bordi di una città. Simpatizza con questi giovani ragazzi di leva ma vuole anche andare in paese: incontra così una donna cecena, anziana come lei e scoprono che possono intendersi, come donne e come madri, al di là delle ostilità fra i loro due popoli .
In un accampamento di soldati russi, nella Cecenia dei nostri giorni, un’anziana donna, Aleksandra Nikolaevna, arriva a far visita a suo nipote Denis, ufficiale dell’esercito. Trascorre con lui qualche giorno. Quanto basta a farle scoprire un mondo a lei sconosciuto, fatto di uomini soli, senza calore né conforto. A pochi chilometri di distanza, al fronte, si combatte ogni giorno tra la vita e la morte. Eppure le donne del luogo non hanno perduto il loro antico senso di ospitalità. E i soldati, tutti i soldati, sono soltanto ragazzi impauriti.
“L'anziana signora si arrampica sul carro armato, entra a fatica nell'angusto abitacolo, annusa il tanfo di ferro, cuoio, sudore, quindi imbraccia il kalashnikov scarico portole dal soldato, prende la mira, preme il grilletto. Mormorando tre parole, semplici e terribili: "Come è facile"...
(Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 30/05/2008)
"Per me, questa non è una storia che ha a che fare con l’attualità, ma con ciò che è eterno. Non racconta della Russia di oggi, della sua politica nel Caucaso, del suo esercito, ma una storia senza tempo. Non c’è guerra in questo film sulla guerra. La guerra è sempre terribile. Le operazioni militari non sono riprese o rappresentate. Non amo i film di finzione sulla guerra; mi è bastato aver visto una volta sola la guerra vera perché tutti quegli attacchi spettacolari, quelle esplosioni colorate, quei corpi cadenti in ralenti mi evocassero un’idea di volgarità e di finzione. Non c’è alcuna poesia nella guerra, alcuna bellezza. Non bisogna filmare la guerra in modo “poetico”:l’orrore è inesprimibile, così come è inesprimibile l’umiliazione dell’uomo di fronte alla guerra. E per comprendere l’uno e l’altra, basta aver vissuto la guerra anche una volta sola. [...]". (A. Sokurov)
ALL THE INVISIBLE CHILDREN
di Mehdi Chareg, Enir Kustorica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan Scott, Ridley Scott,
Stefano Veneruso, John Woo
con Francisco Anawake, Maria Grazia Cucinotta, Damaris Edwards, Vera Fernandez, Hazelle Goodman, Hannah Hodson, Wenli Jiang, Wu Jiang, Dusan Krivec, Peppe Lanzetta, Kelly Macdonald, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Coati Mundi, Rosie Perez, Jake Ritzema, Andre Royo, Qi Ruyi, David Thewlis, Goran R. Vracar, Lanette Ware, Zhao Zhicun
(Italia 2005, 108’, v.o. italiana)
Un film a episodi sulla sofferenza infantile nel mondo Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (2005)
Sette cortometraggi sui problemi infantili visti dalla prospettiva di sette registi: 1) “Tanza”: Mehdi Chareg racconta di un ragazzo di nome Tanza che vive in un paese non identificato dell’Africa impegnato in una guerra civile, combatte con mitragliatrici ed esplosivi e sogna di avere una casa per sé e di andare a scuola; 2) “Uros”: Emir Kusturica racconta di uno zingarello chiamato Uros nel suo ultimo giorno in un riformatorio in Serbia-Montenegro senza alcuna prospettiva se non quella di restare lì; 3) “Jesus Children of America”: Spike Lee descrive una ragazzina sieropositiva di nome Blanca figlia di genitori malati di Aids che subisce la cattiveria dei compagni di scuola; 4) “Bilu and Joao”: Katia Lund offre uno scorcio ottimistico su due bambini senza casa che lottano per sopravvivere lavorando per strada, collezionando lattine di birra, soda e carta da vendere in un deposito di robivecchi e trasportando la spesa nei mercati; 5) “Jonathan”: Jordan e Ridley Scott raccontano di un fotografo corrispondente di guerra che soffre per le sue esperienze passate; 6) “Ciro”: Stefano Veneruso racconta di uno scugnizzo napoletano che borseggia per sopravvivere; 7) “Song Song and Little Cat”: John Woo mostra un racconto di fantasia incentrato su un orfanello senza tetto e una ragazzina ricca e viziata.
LES AMANTS (id.) di Louis Malle. tratto dal testo di Dominique Vivant, "Point de Lendemain".
Sceneggiatura: L. Malle, Louise de Vilmorin,
con Jeanne Moreau, Alain Cuny, Jean-Marc Bory, Judith Magre, Gaston Modot. (Francia, 1958, b/n, 88')
Leone d'argento a Venezia (1958) vers. italiana
Una signora della buona borghesia "di Digione che si annoia, ogni occasione è buona per salire a Parigi in cerca di distrazione. Uno sconosciuto incontrato per strada le farà scoprire l'amore passione in una notte trasfigurata, e prenderà una decisione radicale...
"Un film libero, intelligente, di un'eleganza assoluta e d'un gusto perfetto. Procede con la spontaneità dei vecchi film di Renoir, cioè ti dà l'emozione di scoprire le cose insieme al regista [...].
Louis Malle ha girato il film che tutti sognano di realizzare: la storia minuziosa di un colpo di fulmine, il bruciante "contatto di due epidermidi" che apparirà solo molto più tardi come "lo scambio di due fantasie" [...]. (François Truffaut)
"Malle non nasconde la nudità di Jeanne, ma è una nudità bella, aspra, elegante, non c'è niente che lusinghi una sensualità di cattivo gusto, il senso estetico è preservato, rispettando l'adagio platonico secondo cui ciò che è bello è anche buono e morale [...].
Eleganza e sincerità del tono, semplicità delle situazioni e dei dialoghi: questo film sulla rivelazione fisica dell'amore è un elogio della purezza e dell'autentico dono di sé". (Henry Chapier)
LES AMANTS REGULIERS di Philippe Garrel
con Louis Garrel. Clotilde Hesme, Maurice Garrel, Brigitte Sy.
Leone d’argento per la regia a Venezia 2005 (Francia 2005, b/n, 178’) v. o. con sott. italiani
Garrel narra i suoi vent’anni e s’interroga sul maggio ’68: che cosa ha significato e che cosa resta.
Un film “leggero, grazioso, danzante”,
a tratti onirico e atemporale.
L’ANGELO DEL MALE (La Bête humaine) di Jean Renoir. Tratto dal romanzo
“La bestia umana” di Émile Zola.
Con Jean Gabin, Simone Simon, Julien Carette,
Fernand Ledoux, Jean Renoir.
(Francia 1938, b/n, 101’)
vers. orig. con sott. italiani
Jacques Lantier è vittima di pulsioni omicide.
Si trova bene solo in compagnia del fuochista Pecqueux sulla Lison, la locomotiva a vapore con la quale percorre la linea Paris-Le Havre. Sfortunatamente incontra una giovane donna...
L'ANGELO STERMINATORE
(El ángel exterminador) di L. Buñuel;Tratto dall’opera teatrale "Los naufragos" di José Bergamin;
con Silvia Pinal, Jacqueline Andere, José Baviera, Augusto Benedico, Claudio Brook, Antonio Bravo
(Messico 1962, b/n, 89’, v.o. con sott. italiani)
Durante una cena dopo teatro accadono fatti inconsueti e strani, senza però che i presenti si sentano turbati. Il gruppo di invitati non riesce, a festa conclusa, ad abbandonare la villa che li ha ospitati, qualcosa di indefinito e inspiegabile impedisce loro di varcare la soglia della sala da pranzo…
"[...] L’Angelo sterminatore, rappresenta il Messico ma la sua tematica è tipicamente europea […]. L’innesto del surrealismo francese sull’amaro pessimismo spagnolo genera qui un mistero sul Tempo e sulla Morte che ottiene dai modi ironici della regia il sapore di un enigma farsesco, come appunto è la vita [...]. (Giovanni Grazzini, da Il Corriere della Sera, 17 maggio 1962)
ANNO ZERO (opera prima)
regia e sceneggiatura: Milo Vallonesoggetto: liberamente ispirato ad un testo teatrale
di Jean Paul Sartre (“Bariona ou le fils du tonnerre”)
direttore della fotografia: Nicolò Spezialetti;
musiche originali: Gianluigi Antonelli;
montaggio: Acciaierie del Suono;
scenografia e costumi: Andrea De Massis; fonico: Ilaria Fini;
interpreti: Milo Vallone, Ilaria Cappelluti, Paolo Paolini, Fabio Ventura, Piero Pantalone, Emiliano Scenna, Luigi Belpulsi, Michele Di Mauro, Claudio Marchione, Giacomo Vallozza, Marco Paparella, Francesco Epifani e con la straordinaria partecipazione di Edoardo Siravo;
produzione: Luca Pompei per Tam Tam Communications;
distribuzione: Tam Tam Communications.
(Italia 2011, b/n, 108’)
Il film Anno Zero, liberamente ispirato ad un testo di Jean Paul Sartre “Bariona ou fije de tourner” ("Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti" di Jean-Paul Sartre, Ed. Marinotti, coll. Sartriana), ruota intorno alla figura del capo di un villaggio vicino a Betlemme. La storia è ambientata nel vicino Oriente un giorno avanti Cristo ovvero nell’epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. Alla notizia della nascita del Messia, gli abitanti del villaggio, con la complicità della saggia persuasione di Melchiorre, uno dei Re dell’Oriente, decidono di mettersi in pellegrinaggio verso Betlemme lasciando di fatto solo Bariona che rifiuta di credere alla divinità di questo bambino. Il capo villaggio credendo pertanto che questo nuovo re altro non sia che un ennesimo oppressore del proprio popolo, decide di recarsi anch’egli a Betlemme ma per ucciderlo, ancora in fasce. Ma dapprima l’incontro con un “angelo”, poi nuovamente l’incontro con Melchiorre, uno dei Magi e non ultima la visione di Gesù Bambino (attraverso gli occhi di suo padre, San Giuseppe), accade che Bariona, abbandoni il suo piano malvagio e con esso ogni diffidenza verso il Messia. Bariona lascia così definitivamente la rassegnazione che ha contraddistinto da sempre il suo vivere e la concezione stessa della vita, e si impegna nella realizzazione del progetto di liberazione del suo popolo.
Anno Zero, tra troupe e cast, ha visto impiegate n.° 52 persone tutte abruzzesi e così composte: 18 attori; 23 comparse; 7 tecnici, 4 responsabili di produzione. A queste abbiamo il piacere e l’onore di aggiungere la partecipazione di un grande attore del teatro italiano: Edoardo Siravo (di origine abruzzese). L’Abruzzo è protagonista di questa avventura anche per quanto concerne ambientazioni e location. Anno Zero è stato interamente girato in Abruzzo e precisamente nel comune di San Valentino. Le scene di ambientazione non stanziale sono state invece girate alle pendici del Morrone nel territorio del comune di Caramanico e il prologo e l’epilogo della vicenda a L’Aquila. Le location utilizzate per il film sono state monitorate con particolare attenzione anche tenendo presente il messaggio di speranza e ricostruzione di cui quest’opera parla.
“[…] Anno Zero di Milo Vallone affronta la tragedia dell’Aquila da un punto di vista originale e spiritualmente intenso. [...]. Attraverso la storia di Bariona, il regista abruzzese ha voluto analizzare la fenomenologia della catastrofe nell’animo umano. […] Ispirato dal testo di Sartre, decide di non attardarsi sul terrore e sull’odio che una catastrofe porta con sé. Lascia alle spalle le rivendicazioni politiche per assegnare un senso più alto alle vicende umane. […] C’è dentro l’angoscia kafkiana e l’alienazione dell’individuo tanto cara a Bergman, con una certa fissità ed espressività di sguardo che evocano invece il Vangelo pasoliniano. I volti (sia quelli delle comparse popolari che degli attori professionisti abruzzesi) sono convincenti. La bellezza è quella degli occhi e dei segni e non delle chirurgie estetiche. Il budget scarno e l’apparente semplicità di ripresa vanno a favore della forza evocativa del testo e della grandezza del contenuto [..]”. (Andreina Sirena, L'Avvenire, 11 maggio 2010)
APPUNTAMENTO A ORA INSOLITA

regia, soggetto e sceneggiatura: Stefano Coletta
montaggio: Marzia Mete
fotografia: Franco Di Giacomo
scenografia e costumi: Enrico Serafini
musica: Enrico Pierannunzi
suono: Roberto Sestito
interpreti: Ricky Tognazzi, Antonio Catania, Giulio Scarpati, Maddalena Crippa, Simona Nasi, Karin Giegerich, Beppe Fiorello, Michele Alhaique, Bedi Moratti
produttore: Donatella Palermo per A.S.P. s.r.l.
distribuzione: 13 Dicembre
(Italia 2008, col., 87’)
Premio a Michele Alhaique come Migliore Attore Non Protagonista al Santa Marinella Film Festival 2008.
La sconfitta di una generazione che s’è nascosta dietro una cultura che prometteva il paradiso in terra attraverso fumose questioni, pericolose certezze, drammatici epiloghi. Quella generazione è composta ora di madri e padri e si domanda, forse troppo tardi, come ha potuto perdere se stessa e coinvolgere le persone amate e dove è finito il tempo che credeva senza fine. Quella generazione si è dissolta, non forma più un insieme ed è vulnerabile come i protagonisti di questa storia, impegnati ad accettare un destino che non è fatto di battaglie epiche ma di una quotidianità con cui è necessario convivere e che richiede soprattutto la convinzione di non considerarsi eroi senza macchia né paura.
«Un gruppo di amici che, buttato alle ortiche l’antico coraggio di sognare e progettare utopie, si ritrovano adagiati nell’acquiescenza al potere, o pronti a darsi gomitate nella corsa al denaro e al successo. Ogni tanto i ricordi di quell’età dell’innocenza riaffiorano […]. Un film sulle trappole della vita, sul tempo perduto e mai più ritrovato, su ciò che poteva essere e non è stato, sulla visione del mondo sbiadita in una miopia egoista, incapace di andare oltre l’attimo fuggente [...].» (Stefano Coletta).
Il titolo del film, omonimo di una poesia di Vittorio Sereni, ribalta il senso di sconfitta che c’è nello svegliarsi un giorno ed accorgersi di “essere uguali a tutti quelli che sono venuti prima di te”, perché la conquista risiede già nell’averci creduto, anche fosse per il breve sogno di una vacanza. «È a questo che penso se qualcuno mi parla di rivoluzione». (Vittorio Sereni)
IL REGISTA: STEFANO COLETTA
Laureato in Lettere moderne (Storia della Critica Letteraria) all’università ‘La Sapienza’ di Roma. Diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ( Scuola Nazionale di Cinema). Ha frequentato il corso di Diploma in Teologia della Mater Misericordiae alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Diploma dell’università di Cambridge in lingua Inglese. Pubblicazione di un volume di poesie con la casa editrice Einaudi e di altri testi poetici in alcune riviste letterarie tra cui ‘Nuovi Argomenti’ e ‘Linea d’Ombra’ (alcuni dei quali tradotti in portoghese). Autore di una sceneggiatura cinematografica realizzata dalla RAI. Vincitore nel 2000 del concorso indetto dalla Universal per la migliore sceneggiatura per cortometraggio. Regista dello stesso cortometraggio vincitore del Premio Governativo di Qualità. Insegnante di fotografia cinematografica alla NUCT (Nuova Università del Cinema e della Televisione). Insegnante di fotografia cinematografica e digitale all’Università Hypermedia di Cesena.
ARRIVEDERCI RAGAZZI (Au revoir les enfants)
R. e sc.: L. Malle. Fot.: Renato Berta.
Int.: Gaspard Manesse, Raphaël Fejto, Francine Racette, Stanislas Carré De Malberg, Philippe Morier Genoud
(Francia/Rft 1987, col., 103')
Leone d'oro a Venezia (1987).
Nei pressi di Fontainebleau, inverno 1944. Nel collegio tenuto da religiosi frequentato dal giovanissimo Louis Malle, arrivano tre nuovi ragazzi in incognito. Julien Quentin dodicenne (alter ego del regista) stringe amicizia con uno di loro, Jean Bonnet. C'è qualcosa che lo attira in questo misterioso ragazzo, un fenomeno. Ma un giorno arriva una denuncia anonima... Un emozionante romanzo di formazione, la scoperta del male, il passaggio traumatico dall'infanzia all'adolescenza. Uno straziante capolavoro.
"La crudele partenza di quei tre compagni colpevoli solo di essere "diversi" (provate a spiegare a un ragazzo di undici anni cosa significa essere ebreo) fu per noi un trauma indicibile. Ci trovammo confrontati brutalmente con l'assurdo, l'ingiustizia, la violenza. Fu la scoperta dell'orrore. Da quel momento, voltate le spalle all'infanzia, cominciai a guardare il mondo con occhio diverso [...]. (Louis Malle)
ASCENSORE PER IL PATIBOLO
(Ascenseur pour l'échafaud)
Regia: Louis Malle
Sceneggiatura: L. Malle, Roger Nimier
Soggetto: da un romanzo di Noêl Calef
Fotografia: Henri Decaë
Scenografia: Jean Mandaroux
Musica: di Miles Davis, eseguita da Miles Davis, Barney Wilen, René Urtreger, Michelot Pierre, Kenny Clarke
Suono: Raymond Gaugier
Montaggio: Lèonide Azar
Interpreti: Maurice Ronet (Julien Tavernier), Jeanne Moreau (Florence Carala), Georges Poujouly (Louis), Yori Bertin (Véronique), Lino Ventura (commissario Cherier), Jean Wall (Simon Carala)
Produzione: N.E.F., Francia (Jean Thuillier)
(Francia 1957, b/n, 92’, vers. italiana)
L’ex capitano dei paracadutisti nella guerra d’Indocina Julien Tavernier, uccide, d’accordo con la sua amante Florance, il marito di lei, Simon, ma dopo l’omicidio resta intrappolato nell’ascensore dell’edificio. Intanto un giovane fioraio, per far colpo sulla sua ragazza, ruba la sua macchina. Riuscito a uscire dall’ascensore, Julien è arrestato per un delitto commesso in realtà dal fioraio. Florance, che ha seguito i due giovani, tenta di scagionarlo dando alla polizia la macchina fotografica che i due ragazzi hanno usato, ma nello stesso rullino ci sono delle foto che la ritraggono con Julien. Vengono entrambi accusati dell’omicidio di Simon.
Alla sua uscita il film fu accusato di essere un puro esercizio di stile, per l’esilità del soggetto, ma l’accusa di calligrafismo è ingiustificata. Malle, che all’epoca ha 25 anni, dimostra una padronanza straordinaria del linguaggio cinematografico, impiegando la profondità di campo e il fuori fuoco in una maniera inedita per il cinema, non solo francese, dell’epoca, concepisce un uso moderno della musica chiedendo al jazzista Miles Davis di improvvisare con la sua tromba davanti alle singole scene del film, in fase di montaggio, e usa una fotografia, magnifica, dai forti contrasti tra i bianchi ed i neri, grazie ad una pellicola sgranata che Henri Decaë ottiene sottoesponendo una pellicola ultrasensibile, che contribuisce all’atmosfera del film. Un registro stilistico che è, ante litteram, quello della nouvelle vague. Ma i pregi del film non si esauriscono sul piano espressivo: Malle è preciso anche nel cogliere i cambiamenti della società francese, l’irrequietezza dei giovani (il fioraio e la sua ragazza) dietro l’orizzonte dell’Algeria e dell’Indocina, raccontando una storia che, con cupo pessimismo, indica l’ineluttabilità della solitudine cui sembra votato ogni essere umano, una poetica che lo accosta al Bresson di un Un condannato a morte è fuggito (per il quale Malle è stato assistente).
Una storia pessimista per indicare l'ineluttabilità della solitudine cui sembra votato ogni essere umano della modernità. Jeanne Moreau regala il suo volto, sofferente e triste, al personaggio di Florence reinterpretando in un suo personalissimo stile, altero e carnale, cerebrale e sensuale, il personaggio della femme fatale (dell'assassina gelosa) in tutte le sue sfumature.
L'ASSASSIN HABITE AU 21 (L'assassino abita al 21)
Regia: Henri-Georges Clouzot
Sceneggiatura: Stanislas-AndréSteeman
Soggetto: da un romanzo di Stanislas-André Steeman
Fotografia: Armand Thirard
Scenografia: André Andrejew
Musica: Maurice Yvain; Suono: William Robert Sivel
Montaggio: Christian Gaudin
Interpreti: Pierre Fresnay (commissario Wens), Suzy Delair (Mila Malou), Jean Tissier (Lalah Poor), Pierre Larquey (Colin), Noél Roquevert (dottor Linz), Florencie (commissario Monnet), Odette Talazac (Madame Point).Produzione: Continental Film
(Francia 1942, b/n, 84')
Un uomo compie degli omicidi lasciando sulle vittime il biglietto da visita di un certo "M. Durand" * li commissario Wens, che brancola nel buio, travestito da pastore protestante, si trasferisce all'Hotel dove sono state trovate alcune copie dei biglietti da visita. Lo segue la fidanzata Mila Milou. Così Wens, oltre a indagare sugli omicidi, deve preoccuparsi delle intempestive indagini di Mila, che vuole diventare detective...
Wens e Mila Milou, creati dal giallista Steeman, erano già apparsi, interpretati dagli stessi attori, ne L'ultimo dei sei, 1941, di Georges Lacombe, del quale Clouzot aveva firmato la sceneggiatura. Il successo di quel film gli permette di dirigere L'assassin habite au 21, sua opera prima, nel quale dimostra una disinvoltura nell'usare la mdp inusuale in un esordiente. Clouzot, grazie allo humour presente nella sceneggiatura, investe i topoi del polar rovesciandoli senza destituirli di significato. L'operazione non è propriamente nuova, Wens e Milou somigliano a Nick e Nora Charles, i personaggi interpretati da Dick Powell e Mirna Loy nella fortunata serie ameri cana de L'uomo ombra (1934-1947). Ma mentre i film di Dick Powell si interessano a personaggi al limite della normalità, Clouzot è incuriosito dalla gente comune, dagli ambienti borghesi. Assieme a La régle du leu, e L'assassinat du Pére nóel è uno di film girati durante l'occupazione nazista, e la trama assume dunque un'implicita esortazione alla resistenza.
«(...) un ThrilIer gradevole anche quando vira in commedia, denuncia già l'originale personalità dei regista che, un anno dopo, firmerà il suo capolavoro, li corvo. Sono già evidenti l'attenzione alle atmosfere, un certo gusto espressionista dell'immagine, e la grande cura dei dialoghi, sorretti dall'ottima prova di Pierre Fresnay e Suzy Delair».(M. Sebastiani, M. Sesti Delitto per delitto 500 film polizieschi Lindau, Torino 1998)
ÄSSHÄK - Tales from the Sahara
(Ässhäk - Racconti dal Sahara)
di Ulrike Kock
(Germania/Svizzera/Olanda 2004, 110', v.o. tamasheq con sottotitoli inglesi)
Premiato
all'Hong Kong Film Festival 2005 (Humanitarian Award Outstanding Documentary),
al Philadelphia Film Festival 2004 (Best Director)
e al Festival du Nouveau Cinema, Montreal - Canada 2006 (Best Documentary Award)
Ässhäk tra i tuareg indica un "codice morale" che regola i rapporti all'interno della comunità
Il regista si occupa dei nomadi tuareg prendendo come nucleo narrativo la storia di un uomo alla ricer

