A - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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À BOUT DE SOUFFLE (Fino all’ultimo respiro)
Regia: Jean-Luc Godard
Soggetto: François Truffaut
Sceneggiatura: Jean Luc Godard
Fotografia: Raoul Coutard
Costumi: Jacques Maumont
Musica: concerto per clarinetto e orchestra k 622 e sinfonia n. 40 k 550 W.A. Mozart, Martial Solal
Suono: Jacques Maumont
Montaggio: Cécile Decugis, Lila Herman
Interpreti: Richard Balducci, Jean Paul Belmondo, Daniel Boulanger, Roger Hanin, Jean Seberg
Produzione: Georges de Beauregard per la Société Nouvelle de Cinéma, Parigi
(Francia, 1959, b/n, 90')

Michel Poiccard, alla guida di un’auto rubata, uccide un poliziotto ed è costretto alla fuga. A Parigi per riscuotere un debito, Michel fa visita a Patricia, un’americana col pallino del giornalismo, invitandola ad andare in Italia con lui. La ragazza preferisce però pensare alla sua carriera e infatti passa la notte con un giornalista. Il giorno dopo trascorre una giornata spensierata con Michel. I due passano la notte assieme nell’atelier di un fotografo. All’alba Patricia si reca dalla polizia per denunciare Michel, che, stanco di fuggire, si fa uccidere sulle strisce pedonali.

Considerato, assieme a I quattrocento colpi di Truffaut, il film manifesto della nouvelle vague À bout de souffle contiene tutto quel che Godard va teorizzando in quegli anni sui Cahiers: cinema a budget ridotto, girato fuori dagli studi cinematografici (e senza sonoro, così può suggerire le battute ai suoi attori, doppiando i dialoghi dopo le riprese), con un gusto per le citazioni (il cinema noir americano, con qualche suggestione di Melville). Godard vi sperimenta un uso completamente nuovo della macchina da presa (grazie anche al direttore della fotografia Raoul Coutard, impostogli dal produttore Beauregard), scardinando tutte le regole del cinema classico (durante l’inseguimento Michel esce con la macchina dall’inquadratura a destra e nell’inquadratura successiva vi rientra dalla stessa direzione…) costituendo un punto di riferimento imprescindibile per tutti i nuovi cineasti che si affacciano in quegli anni sulla scena europea.

“Tenuta in spalla da Raoul Coutard, mossa continuamente dai suoi passi e dal suo respiro, la macchina da presa non resta mai immobile. Il suo perpetuo movimento nelle scene per strada si accorda con la costante animazione e con il traffico di Parigi. (…) Mentre si aggira in una camera d’albergo, la macchina da presa fa sparire dallo schermo uno degli interlocutori (tranne una guancia e un orecchio). Buona soluzione per evitare, durante un lungo dialogo, i campo-controcampo, questa vecchia convenzione usata (…) [da] Robert Bresson. (…) Godard (…), in fatto di talento, è possibile che la sappia più lunga [di Bresson o Truffaut]. I loro primi film sono stati, in confronto a À bout de souffle, dei goffi tentativi. Detto questo, preferisco la sincerità di Le beau Serge o di Les quatre cents coups, a questo sbalorditivo successo, di cui non mi piacciono né gli eroi, né le avventure”.
Georges Sadoul, «Les lettres Françaises» n° 818, 31 marzo 1960, in Roberto Turigliatto (a cura di) Nouvelle Vague pp. 236.Lindau, Torino, 1985

À BOUT DE SOUFFLE (Fino all’ultimo respiro)
di Jean-Luc Godard; soggetto: François Truffaut;
supervis. tecnica: Claude Chabrol; con Jean Seberg,
Jean Paul Belmondo, Daniel Boulanger
(Francia 1959, b/n, 89’)  v. o. con sottot. in  inglese

Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali, Se la vita non ha senso, il giovane Belmondo la vive seguendo i suoi impulsi...
Il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard rivoluzionò il linguaggio cinematografico con la sua strafottenza delle regole canoniche e propose un nuovo, aggressivo e frenetico approccio al "fare cinema". Oggi il film è ritenuto il manifesto della "Nouvelle Vague". 






ALAMO BAY (id.)
R.: L. Malle. Sc.: Alice Arlen.
Int.: Amy Madigan, Ed Harris, Ho Nguyen, Donald Moffat.
(USA, 1985, col., 95')

"Alla fine della guerra del Vietnam, nell'aprile del 1975, più di mezzo milione di vietnamiti avevano abbandonato la loro terra attratti dall'American Dream. [...] È stata una delle più amare ironie della storia. Sono scappati perché avevano combattuto accanto agli americani contro il regime comunista; ma una volta arrivati negli Stati Uniti sono stati aggrediti da quella stessa gente di cui erano stati alleati in Vietnam.

Nel film viene presentata una situazione poco piacevole di cui nessuno voleva più sentir parlare; le reazioni sono state più negative delle previsioni, hanno anche attaccato la mia persona... Sono però molto orgoglioso di Alamo Bay che ritengo il mio miglior film "americano"; Lacombe Lucien era la mia grande storia francese, Alamo Bay è la mia grande storia americana: in ambedue i film racconto una storia molto complessa, con dei personaggi al limite". (Louis Malle)
"Malle compatta l'abbondante materiale accumulato e realizza un'opera il cui spessore tematico e la cui consistenza narrativa si mantengono in equilibrio fra squarci documentaristici e sapori western (è stupefacente la sua analisi ambientale e precisa la definizione dei caratteri), pur continuando a guardare all'America con occhio europeo. Il regista spende interamente il primo tempo del film in descrizioni di forte resa sul piano documentaristico: questa modalità narrativa (che in Alamo Bay favorisce anche reminiscenze neorealistiche) è ben nota a Malle e serve per connotare antropologicamente il suo discorso morale". (Giovanni Desio)


ALEXANDRA
di Aleksandr Sokurov
Musiche: Andrey Sigle. Le musiche sono state eseguite
dalla Orchestra Sinfonica del Teatro Mariinsky, diretta da Valery Gergiev;
montaggio: Sergei Ivanov; scenografia: Dmitri Malich-Konkov

con Galina Vishnevskaya, Vasily Shevtsov, Raisa Gichaeva,
Andrei Bogdanov, Alexander Kladko
(Russia 2007, col, 92’, v.o. con sott. italiani) 

Alexandra è la nonna di un giovane capitano delle truppe russe di stanza in Cecenia.  Ha avuto il permesso di raggiungere suo nipote e per qualche giorno condivide la vita dei soldati accampati ai bordi di una città. Simpatizza con questi giovani ragazzi di leva ma vuole anche andare in paese: incontra così una donna cecena, anziana come lei e scoprono che possono intendersi, come donne e come madri, al di là delle ostilità fra i loro due popoli .

In un accampamento di soldati russi, nella Cecenia dei nostri giorni, un’anziana donna, Aleksandra Nikolaevna, arriva a far visita a suo nipote Denis, ufficiale dell’esercito. Trascorre con lui qualche giorno. Quanto basta a farle scoprire un mondo a lei sconosciuto, fatto di uomini soli, senza calore né conforto. A pochi chilometri di distanza, al fronte, si combatte ogni giorno tra la vita e la morte. Eppure le donne del luogo non hanno perduto il loro antico senso di ospitalità. E i soldati, tutti i soldati, sono soltanto ragazzi impauriti.

“L'anziana signora si arrampica sul carro armato, entra a fatica nell'angusto abitacolo, annusa il tanfo di ferro, cuoio, sudore, quindi imbraccia il kalashnikov scarico portole dal soldato, prende la mira, preme il grilletto. Mormorando tre parole, semplici e terribili: "Come è facile"...
(Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 30/05/2008
) 

"Per me, questa non è una storia che ha a che fare con l’attualità, ma con ciò che è eterno. Non racconta della Russia di oggi, della sua politica nel Caucaso, del suo esercito, ma una storia senza tempo. Non c’è guerra in questo film sulla guerra. La guerra è sempre terribile. Le operazioni militari non sono riprese o rappresentate. Non amo i film di finzione sulla guerra; mi è bastato aver visto una volta sola la guerra vera perché tutti quegli attacchi spettacolari, quelle esplosioni colorate, quei corpi cadenti in ralenti mi evocassero un’idea di volgarità e di finzione. Non c’è alcuna poesia nella guerra, alcuna bellezza. Non bisogna filmare la guerra in modo “poetico”:l’orrore è inesprimibile, così come è inesprimibile l’umiliazione dell’uomo di fronte alla guerra. E per comprendere l’uno e l’altra, basta aver vissuto la guerra anche una volta sola. [...]".  (A. Sokurov)





ALL THE INVISIBLE CHILDREN
di Mehdi Chareg, Enir Kustorica, Spike Lee, Katia Lund, Jordan Scott, Ridley Scott,
Stefano Veneruso, John Woo
con Francisco Anawake, Maria Grazia Cucinotta, Damaris Edwards, Vera Fernandez, Hazelle Goodman, Hannah Hodson, Wenli Jiang, Wu Jiang, Dusan Krivec, Peppe Lanzetta, Kelly Macdonald, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Coati Mundi, Rosie Perez, Jake Ritzema, Andre Royo, Qi Ruyi, David Thewlis, Goran R. Vracar, Lanette Ware, Zhao Zhicun
(Italia 2005, 108’, v.o. italiana)

Un film a episodi sulla sofferenza infantile nel mondo Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (2005)

Sette cortometraggi sui problemi infantili visti dalla prospettiva di sette registi: 1) “Tanza”: Mehdi Chareg racconta di un ragazzo di nome Tanza che vive in un paese non identificato dell’Africa impegnato in una guerra civile, combatte con mitragliatrici ed esplosivi e sogna di avere una casa per sé e di andare a scuola; 2) “Uros”: Emir Kusturica racconta di uno zingarello chiamato Uros nel suo ultimo giorno in un riformatorio in Serbia-Montenegro senza alcuna prospettiva se non quella di restare lì; 3) “Jesus Children of America”: Spike Lee descrive una ragazzina sieropositiva di nome Blanca figlia di genitori malati di Aids che subisce la cattiveria dei compagni di scuola; 4) “Bilu and Joao”: Katia Lund offre uno scorcio ottimistico su due bambini senza casa che lottano per sopravvivere lavorando per strada, collezionando lattine di birra, soda e carta da vendere in un deposito di robivecchi e trasportando la spesa nei mercati; 5) “Jonathan”: Jordan e Ridley Scott raccontano di un fotografo corrispondente di guerra che soffre per le sue esperienze passate; 6) “Ciro”: Stefano Veneruso racconta di uno scugnizzo napoletano che borseggia per sopravvivere; 7) “Song Song and Little Cat”: John Woo mostra un racconto di fantasia incentrato su un orfanello senza tetto e una ragazzina ricca e viziata.



L’ANGELO DEL MALE (La Bête humaine)
di Jean Renoir.
Tratto dal romanzo
“La bestia umana” di Émile Zola.
Con Jean Gabin, Simone Simon, Julien Carette,
Fernand Ledoux, Jean Renoir.
(Francia 1938, b/n, 101’)
 
vers. orig. con sott. italiani

Jacques Lantier è vittima di pulsioni omicide.
Si trova bene solo in compagnia
del fuochista Pecqueux sulla Lison, la locomotiva a vapore con la quale percorre la linea Paris-Le Havre. Sfortunatamente incontra una giovane donna...




LES AMANTS (id.)  di Louis Malle.
tratto dal testo di Dominique Vivant, "Point de Lendemain". Sc.: L. Malle, Louise de Vilmorin,
con Jeanne Moreau, Alain Cuny, Jean-Marc Bory, Judith Magre, Gaston Modot.
(Francia, 1958, b/n, 88')
Leone d'argento a Venezia (1958)
vers. italiana

Una signora della buona borghesia "di Digione che si annoia, ogni occasione è buona per salire a Parigi in cerca di distrazione. Uno sconosciuto incontrato per strada le farà scoprire l'amore passione in una notte trasfigurata, e prenderà una decisione radicale...

Eleganza e sincerità del tono, semplicità delle situazioni e dei dialoghi: questo film sulla rivelazione fisica dell'amore è un elogio della purezza e dell'autentico dono di sé". (Henry Chapier)





L'ANGELO STERMINATORE
(
El ángel exterminador) di L. Buñuel;Tratto dall’opera teatrale "Los naufragos" di José Bergamin;
con Silvia Pinal, Jacqueline Andere, José Baviera, Augusto Benedico, Claudio Brook, Antonio Bravo
(Messico 1962, b/n, 89’, v.o. con sott. italiani)

Durante una cena dopo teatro accadono fatti inconsueti e strani, senza però che i presenti si sentano turbati. Il gruppo di invitati non riesce, a festa conclusa, ad abbandonare la villa che li ha ospitati, qualcosa di indefinito e inspiegabile impedisce loro di varcare la soglia della sala da pranzo…

"[...] L’Angelo sterminatore, rappresenta il Messico ma la sua tematica è tipicamente europea […]. L’innesto del surrealismo francese sull’amaro pessimismo spagnolo genera qui un mistero sul Tempo e sulla Morte che ottiene dai modi ironici della regia il sapore di un enigma farsesco, come appunto è la vita [...].  (Giovanni Grazzini, da Il Corriere della Sera, 17 maggio 1962)

LES AMANTS (id.) R.: L. Malle.
Sc.: L. Malle, Louise de Vilmorin, da Point de lendemain di Dominique Vivant, barone di Denon.
Int.: Jeanne Moreau, Alain Cuny, Jean-Marc Bory, Judith Magre, Gaston Modot.
(Francia, 1958, b/n, 88')
Leone d'argento a Venezia (1958)

Una signora della buona borghesia "di Digione che si annoia, ogni occasione è buona per salire a Parigi in cerca di distrazione. Uno sconosciuto incontrato per strada le farà scoprire l'amore passione in una notte trasfigurata, e prenderà una decisione radicale...

"Un film
libero, intelligente, di un'eleganza assoluta e d'un gusto perfetto. Procede con la spontaneità dei vecchi film di Renoir, cioè ti dà l'emozione di scoprire le cose insieme al regista [...].

Louis Malle ha girato il film che tutti sognano di realizzare: la storia minuziosa di un colpo di fulmine, il bruciante "contatto di due epidermidi" che apparirà solo molto più tardi come "lo scambio di due fantasie" [...]. (François Truffaut)

"Malle non nasconde la nudità di Jeanne, ma è una nudità bella, aspra, elegante, non c'è niente che lusinghi una sensualità di cattivo gusto, il senso estetico è preservato, rispettando l'adagio platonico secondo cui ciò che è bello è anche buono e morale [...].

Eleganza e sincerità del tono, semplicità delle situazioni e dei dialoghi: questo film sulla rivelazione fisica dell'amore è un elogio della purezza e dell'autentico dono di sé". (Henry Chapier)



LES AMANTS REGULIERS
di Philippe Garrel
con Louis Garrel. Clotilde Hesme, Maurice Garrel, Brigitte Sy.
Leone d’argento per la regia a Venezia 2005 (Francia 2005, b/n, 178’) v. o. con sott. italiani
 

Garrel narra i suoi vent’anni e s’interroga sul maggio ’68: che cosa ha significato e che cosa resta.
Un film “leggero, grazioso, danzante”,
a tratti onirico e atemporale.



ARRIVEDERCI RAGAZZI (Au revoir les enfants)
R. e sc.: L. Malle. Fot.: Renato Berta.
Int.: Gaspard Manesse, Raphaël Fejto, Francine Racette, Stanislas Carré De Malberg, Philippe Morier Genoud
(Francia/Rft 1987, col., 103')
Leone d'oro a Venezia (1987).

Nei pressi di Fontainebleau, inverno 1944. Nel collegio tenuto da religiosi frequentato dal giovanissimo Louis Malle, arrivano tre nuovi ragazzi in incognito. Julien Quentin dodicenne (alter ego del regista) stringe amicizia con uno di loro, Jean Bonnet. C'è qualcosa che lo attira in questo misterioso ragazzo, un fenomeno. Ma un giorno arriva una denuncia anonima... Un emozionante romanzo di formazione, la scoperta del male, il passaggio traumatico dall'infanzia all'adolescenza. Uno straziante capolavoro.

"La crudele partenza di quei tre compagni colpevoli solo di essere "diversi" (provate a spiegare a un ragazzo di undici anni cosa significa essere ebreo) fu per noi un trauma indicibile. Ci trovammo confrontati brutalmente con l'assurdo, l'ingiustizia, la violenza. Fu la scoperta dell'orrore. Da quel momento, voltate le spalle all'infanzia, cominciai a guardare il mondo con occhio diverso [...]. (Louis Malle)


ASCENSORE PER IL PATIBOLO
(Ascenseur pour l'échafaud)
Regia: Louis Malle
Sceneggiatura: L. Malle, Roger Nimier
Soggetto: da un romanzo di Noêl Calef
Fotografia: Henri Decaë
Scenografia: Jean Mandaroux
Musica: di Miles Davis, eseguita da Miles Davis, Barney Wilen, René Urtreger, Michelot Pierre, Kenny Clarke
Suono: Raymond Gaugier
Montaggio: Lèonide Azar
Interpreti: Maurice Ronet (Julien Tavernier), Jeanne Moreau (Florence Carala), Georges Poujouly (Louis), Yori Bertin (Véronique), Lino Ventura (commissario Cherier), Jean Wall (Simon Carala)
Produzione: N.E.F., Francia (Jean Thuillier)
(Francia 1957, b/n, 92’, vers. italiana)
 

L’ex capitano dei paracadutisti nella guerra d’Indocina Julien Tavernier, uccide, d’accordo con la sua amante Florance, il marito di lei, Simon, ma dopo l’omicidio resta intrappolato nell’ascensore dell’edificio. Intanto un giovane fioraio, per far colpo sulla sua ragazza, ruba la sua macchina. Riuscito a uscire dall’ascensore, Julien è arrestato per un delitto commesso in realtà dal fioraio. Florance, che ha seguito i due giovani, tenta di scagionarlo dando alla polizia la macchina fotografica che i due ragazzi hanno usato, ma nello stesso rullino ci sono delle foto che la ritraggono con Julien. Vengono entrambi accusati dell’omicidio di Simon.
 

Alla sua uscita il film fu accusato di essere un puro esercizio di stile, per l’esilità del soggetto, ma l’accusa di calligrafismo è ingiustificata. Malle, che all’epoca ha 25 anni, dimostra una padronanza straordinaria del linguaggio cinematografico, impiegando la profondità di campo e il fuori fuoco in una maniera inedita per il cinema, non solo francese, dell’epoca, concepisce un uso moderno della musica chiedendo al jazzista Miles Davis di improvvisare con la sua tromba davanti alle singole scene del film, in fase di montaggio, e usa una fotografia, magnifica, dai forti contrasti tra i bianchi ed i neri, grazie ad una pellicola sgranata che Henri Decaë ottiene sottoesponendo una pellicola ultrasensibile, che contribuisce all’atmosfera del film. Un registro stilistico che è, ante litteram, quello della nouvelle vague. Ma i pregi del film non si esauriscono sul piano espressivo: Malle è preciso anche nel cogliere i cambiamenti della società francese, l’irrequietezza dei giovani (il fioraio e la sua ragazza) dietro l’orizzonte dell’Algeria e dell’Indocina, raccontando una storia che, con cupo pessimismo, indica l’ineluttabilità della solitudine cui sembra votato ogni essere umano, una poetica che lo accosta al Bresson di un Un condannato a morte è fuggito (per il quale Malle è stato assistente).


Una storia pessimista per indicare l'ineluttabilità della solitudine cui sembra votato ogni essere umano della modernità. Jeanne Moreau regala il suo volto, sofferente e triste, al personaggio di Florence reinterpretando in un suo personalissimo stile, altero e carnale, cerebrale e sensuale, il personaggio della femme fatale (dell'assassina gelosa) in tutte le sue sfumature.





L'ASSASSIN HABITE AU 21
(L'assassino abita al 21)
Regia: Henri-Georges Clouzot
Sceneggiatura: Stanislas-AndréSteeman
Soggetto: da un romanzo di Stanislas-André Steeman
Fotografia: Armand Thirard
Scenografia: André Andrejew
Musica: Maurice Yvain; Suono: William Robert Sivel
Montaggio: Christian Gaudin
Interpreti: Pierre Fresnay (commissario Wens), Suzy Delair (Mila Malou), Jean Tissier (Lalah Poor), Pierre Larquey (Colin), Noél Roquevert (dottor Linz), Florencie (commissario Monnet), Odette Talazac (Madame Point).Produzione: Continental Film
(Francia 1942, b/n, 84')


Un uomo compie degli omicidi lasciando sulle vittime il biglietto da visita di un certo "M. Durand" * li commissario Wens, che brancola nel buio, travestito da pastore protestante, si trasferisce all'Hotel dove sono state trovate alcune copie dei biglietti da visita. Lo segue la fidanzata Mila Milou. Così Wens, oltre a indagare sugli omicidi, deve preoccuparsi delle intempestive indagini di Mila, che vuole diventare detective...


Wens e Mila Milou, creati dal giallista Steeman, erano già apparsi, interpretati dagli stessi attori, ne L'ultimo dei sei, 1941, di Georges Lacombe, del quale Clouzot aveva firmato la sceneggiatura. Il successo di quel film gli permette di dirigere L'assassin habite au 21, sua opera prima, nel quale dimostra una disinvoltura nell'usare la mdp inusuale in un esordiente. Clouzot, grazie allo humour presente nella sceneggiatura, investe i topoi del polar rovesciandoli senza destituirli di significato. L'operazione non è propriamente nuova, Wens e Milou somigliano a Nick e Nora Charles, i personaggi interpretati da Dick Powell e Mirna Loy nella fortunata serie ameri cana de L'uomo ombra (1934-1947). Ma mentre i film di Dick Powell si interessano a personaggi al limite della normalità, Clouzot è incuriosito dalla gente comune, dagli ambienti borghesi. Assieme a La régle du leu, e L'assassinat du Pére nóel è uno di film girati durante l'occupazione nazista, e la trama assume dunque un'implicita esortazione alla resistenza.


«(...) un ThrilIer gradevole anche quando vira in commedia, denuncia già l'originale personalità dei regista che, un anno dopo, firmerà il suo capolavoro, li corvo. Sono già evidenti l'attenzione alle atmosfere, un certo gusto espressionista dell'immagine, e la grande cura dei dialoghi, sorretti dall'ottima prova di Pierre Fresnay e Suzy Delair».(M. Sebastiani, M. Sesti Delitto per delitto 500 film polizieschi Lindau, Torino 1998)



 

ÄSSHÄK - Tales from the Sahara
(Ässhäk - Racconti dal Sahara)
di Ulrike Kock
(Germania/Svizzera/Olanda 2004, 110', v.o. tamasheq con sottotitoli inglesi)
Premiato
all'
Hong Kong Film Festival 2005 (Humanitarian Award Outstanding Documentary)
,
al
Philadelphia Film Festival 2004 (Best Director)
e al Festival du Nouveau Cinema, Montreal - Canada 2006 (Best Documentary Award)

Ässhäk tra i tuareg indica un "codice morale" che regola i rapporti all'interno della comunità
Il regista si occupa dei nomadi tuareg prendendo come nucleo narrativo la storia di un uomo alla ricerca del cammello che ha perduto.
Il film rivela una vita arcaica sospesa tra la non fiction e la fiaba tradizionale. La percezione del tempo è diversa e intravediamo il vero cuore del deserto.




ATLANTIC CITY, USA (Atlantic City)
Regia: Louis Malle; So. e sc.: John Guare;
Fot.: Richard Ciupka; Musiche: Michel Legrand,
la canzone "Atlantic City" è di Paul Anka;

Interpreti: Burt Lancaster, Susan Sarandon,
Kate Reid, Michel Piccoli (Francia/Canada/USA 1980, col., 105’, v. o. inglese con sott. francesi)
LEONE D'ORO  (ex aequo con "GLORIA" di John Cassavetes) alla Mostra del Cinema di Venezia del 1980
DAVID DI DONATELLO 1981 per migliore attore straniero a Burt Lancaster.

Una mitica città balneare dell'East Coast in piena ebollizione, l'incontro fra una dinamica ragazza implicata suo malgrado con la malavita e un vecchio ex gangster vanesio, che offrendole la sua protezione riesce a riscattare un passato inglorioso.

Un film struggente e malinconico, dall'agilissima struttura narrativa, con uno strepitoso Burt Lancaster; il canto del cigno di una città barocca, sconvolta da trasformazioni radicali, che sta per diventare il regno del divertimento di massa.








ATLANTIS APPROACHING

di Elizabeth Pollock
(USA 2006, 51', v.o. inglese)
Premiato all'Earth Vision Festival, Santa Cruz, California (2006)

Al Gore ha parlato della situazione critica delle isole del Pacifico in Una scomoda verità. Un contesto simile si ripropone in Atlantis Approaching, un nuovo avvincente sguardo al riscaldamento globale e alla sostenibilità attraverso l'intrigante e (talvolta bizzarra) lente di un microcosmo insulare.

Poiché il mare si alza lentamente a causa del riscaldamento globale, alcuni abitanti del piccolissimo stato insulare di Tuvalu si stanno trasferendo in Nuova Zelanda in cerca di un nuovo futuro. E l'aumento del livello del mare è solo l'inizio della storia in Atlantis Approaching un documentario di 51 min. diretto dalla studentessa vincitrice di un Academy Award, Elizabeth Pollock.

Sinossi
Un viaggio nel cuore della Polinesia per visitare un paradiso che sta naufragando ed è in primo piano nel dibattito sul riscaldamento globale: si tratta dello stato insulare di Tuvalu, il quarto paese più piccolo al mondo.
Gli atolli corallini che gli abitanti considerano come casa loro da 2000 anni sono minacciati dall'avanzare delle maree, dall'erosione, dalle perturbazioni e dall'acqua salata che invade le colture tradizionali dell'isola. Nello stesso tempo la marea crescente dell'Occidentalizzazione sta facendo piazza pulita sugli atolli. I problemi ambientali proliferano a causa del fiorente sviluppo delle importazioni, dell'aumento dei rifiuti, dei danni che ancora persistono dall'occupazione americana durante la II Guerra Mondiale, della sovrappopolazione che esaurisce pian piano le risorse naturali nella capitale dell'isola. Come se non bastasse, il seguire alimentazioni sbagliate sta contribuendo ad aumentare il tasso di diabete e un recente piano per estendere all'isola la connessione internet sta comportando conseguenze inimmaginabili...
E ora, spinti dalla paura dell'alta marea e rapiti dal fascino del moderno stile di vita, alcuni abitanti di Tuvalu stanno iniziando ad abbandonare le isole, aggrappandosi a un nuovo programma d'immigrazione per ricominciare da capo in Nuova Zelanda.
Atlantis Approaching è intriso d'ironia e colore locale, s'intreccia con scienziati e statistici che internazionalizzano le questioni della sostenibilità ambientale sollevate nel film. Infine questo film invita alla prudenza perché le precarie condizioni ambientali dell'isola sono come "mosche nel latte" per quello che potrebbe riservarci la nostra isola generale: la Terra.



UN ATTIMO SOSPESI
 
Regia: Peter Marcias
So.e sc.: Annalisa Aprile, P. Marcias
scenografia Massimilano Sturiale
Fotografia Marco Onorato(a.i.c.)
Musiche Fabio Liberatori
Montaggio Danilo Torre;
costumi Maria Paola Schinardi
interpreti: Paolo Bonacelli,
Rosario Lisma, Ana Caterina Morariu, Farida, Fiorenza Tessari, Joseph Kpoghomou, Roberto Nobile, Nino Frassica, Andrea Dianetti, Carla Buttarazzi.
(Italia 2008, col., 90’)
 

“Noir psicologico su ansie e paure dei nostri tempi”

Cinque persone quasi qualunque in un momento particolare della loro vita, sullo sfondo di avvenimenti drammatici per l’umanità intera. Prima la notizia del più feroce degli attentati con migliaia di vittime, poi le non meno allarmanti reazioni dei governanti di tutto il mondo, in fine la terribile minaccia di una vera e propria guerra. E così quegli individui, a mala pena sopravvissuti al loro stesso passato, dovranno fare i conti con un mondo sconvolto che non sempre riusciranno ad ignorare. Intorno a loro e ad altre solitudini metropolitane ruota la storia di Un attimo sospesi.

"È una bella sorpresa questo film a incastri narrativi - secondo la moda dei destini incrociati in un unico panorama esistenziale - che viene dalla nouvelle vague sarda di cui Peter Marcias è il più giovane esponente. Mentre i media ci annunciano disastri epocali, attacchi di guerra e terrorismo, alcune persone, ciascuno al centro del suo mondo, proseguono la loro vita con piccole medie difficoltà dolori e patologie. Ci sono nelle storie rimpianti, rimorsi e memorie come se davvero la fine del mondo fosse a portata di mano in un «noir» psicologico in cui nessuno è estraneo ai fatti [...]. Con qualche ingenuità e qualche schematismo, la pellicola è capace di sottintendere con passione temi forti e ansie vere nel dubbio sistematico di giocare ancora una partita. Molti attori sintonizzati, da Bonacelli al bravo Frassica". (Maurizio Porro, Corriere della sera) 



AVEC LE SANG DES AUTRES di Bruno Muel;
testo della sociologa Francine Muel-Dreyfus
(Francia 1974, col., 56’, v. o.)

Una discesa agli inferi: lo sfruttamento a oltranza nell’assordante catena di montaggio della Peugeot. E fuori, a Sochaux, negozi, supermercati, bus, alloggi, tempo libero, vacanze, la città tutta sono “Peugeot”: un circuito chiuso che riconduce sempre alla famiglia Peugeot. Un’analisi magistrale della “privazione di sé” nel mondo dominato dal capitale.
 

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