D - Schede film
Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico
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DALL'ALTRA PARTE DEL MARE
un film di JEAN SARTO

con
Galatea Ranzi, Vitaliano Trevisan,
Gòrdana De Santis, Fulvio Falzarano,
Viviana Di Bert, Alessandra Battisti,
Tony Allotta, Paolo Summaria, Dino Castelli
(Italia 2009, col., 80’)
Il regista teatrale Abele è chiamato ad allestire a Trieste un'opera teatrale dedicata alla Shoah. Le varie prove di messa in scena divengono presto per tutti gli attori un canale di confessione per esprimere le loro riserve...
DALL’ALTRA PARTE DEL MARE
Regia: Jean Sarto
Soggetto e sceneggiatura: Monica Rapetti
Fotografia: Aldo Di Marcantonio
Musiche: Alessandro Molinari
Montaggio: Patrizia Ceresani
Scenografia e costumi: Erminia Palmieri
Fonico: Michele Tarantola
Interpreti: Galatea Ranzi, Vitaliano Trevisan, Gordana Miletic, Fulvio Falzarano, Viviana Di Bert, Alessandra Battisti, Tony Allotta, Paolo Summaria, Dino Castelli
Produzione: Dream Film, Caro Film
(Italia 2009, col., 80’)
Una compagnia teatrale, guidata da Abele in collaborazione con Clara, vuole portare in scena un testo sul dramma della Shoha partendo dalle testimonianze di Ka-Tzetnik 135633 - un sopravvissuto di Auschwitz che dopo 30 anni ha accettato di rivivere l'esperienza del campo di concentramento con una terapia a base di LSD - e di Tosca Marmor, sopravvissuta ebreo-polacca, protagonista di un documentario girato a Parigi, anni prima, da Clara. Abele e Clara cercano di impostare insieme i personaggi, ma ben presto tra loro sorgono dei contrasti sul modo di fare la rappresentazione. Nel frattempo, Clara si mette anche sulle tracce di suo padre, sparito quando lei aveva solo otto anni... Abele intanto cerca i luoghi adatti per il suo teatro itinerante, ma non trova più i segni del passato e l’orrore provato visitando San Sabba, lo fa desistere dall’impresa: non si può esprimere l’inesprimibile e neanche rappresentarlo...Clara con il padre ritrovato riesce a lasciarsi alle spalle i suoi fantasmi e può finalmente guardare dall’altra parte del mare…
Sarto, in una messa in scena povera, minimale e rispettosamente quieta, opta per un percorso personale di superamento di un passato doloroso che permette di arrivare "Dall’altra parte del mare" (Andrea Peresano su CinemaDelsilenzio il 27/03/2009)
“[..] Un film dove il teatro è il protagonista assoluto, dove le scene sembrano quasi sempre quadri di rappresentazioni teatrali, si scava nei sedimenti della memoria non per rimestare antichi dolori mai del tutto sopiti, ma per non rimuovere e dimenticare ciò che è accaduto nella seconda guerra mondiale. Si parte dal testo di Ka-Tzetnik 135633 e dal suo libro dal titolo “Shiviti”: è la storia di un sopravvissuto ad Auschwitz (Yehil De-Nur) con il numero marchiato nella carne del braccio sinistro, arrivato all’estremo limite di degradazione umana che dopo 30 anni ha accettato di rivivere l’esperienza del campo di concentramento con una terapia a base di Lsd, sottoponendosi a 5 sedute chiamate Cancelli della Memoria. Il sopravvissuto è uno dei due protagonisti della messa in scena sulla shoah da parte di una compagnia teatrale. L’altra è Tosca Marmor, ebreo-polacca intervistata all’inizio del film da una delle attrici, Clara (Galatea Ranzi), che aveva fatto un documentario su di lei a Parigi, dove entrambe vivevano ed erano diventate amiche strettissime [...]". (AGI, Roma, 25/03/09)
“[…] Un’opera inconsueta che ragiona su tempo
e memoria e approda ad un finale poetico”.
(S. L., “Ciak”, marzo 2009)
IL DANNO (Fatale)
R.: L. Malle. Sc.: David Hare, dal romanzo Damage di Josephine Hart.
Int.: Jeremy Irons, Juliette Binoche, Miranda Richardson, Rupert Graves.
(GB/Francia, 1992, col., 111')
Maturo uomo politico inglese perde completamente la testa per la giovane fidanzata di suo figlio (Anna). Fra i due scoppia una passione erotica irrefrenabile che scatenerà una rivoluzione nella famiglia del protagonista. "Anna sta vivendo una bizzarra utopia amorosa, non può che causare distruzione e morte" (Malle). "Ultimo tango a Londra"? No, "il film è piuttosto una tragica metafora della cecità umana" (Kezich), di una intensità sconcertante.
"Fatale di Louis Malle arriva preceduto da una fama di zolfo e lussuria. Molto più che scandaloso. Un film abissale, atemporale, di un'eleganza feroce, di una disperazione ovattata, di una sensualità implacabile. Potrebbe, dovrebbe ridursi alle convulsioni triviali di un adulterio, però va molto più in là, più vicino, più forte". (Danièle Heymann)
DEUX OU TROIS CHOSES QUE JE SAIS D'ELLE (Due o tre cose che so di lei)
Regia e sceneggiatura: Jean-Luc Godard
Soggetto: tratto da un’inchiesta giornalistica di Catherine Vimenet
Aiuto regia: Charles Bitsch, Isabelle Pons.
Fotografia: Raoul Coutard
Musiche: BEETHOVEN
Montaggio: Françoise Collin, Chantal Delattre
Suono: Rene Levert, Antoine Bonfanti.
Speaker: Jean Luc Godard.
Interpreti: Marina Vlady, Anny Duperey, Roger Montsoret, Yves Beneyton, Juliet Berto
Produzione: Anouchka Films/Argos Films/ Les Films Du Carrosse/Parc Film, Parigi
(Francia 1967, col., 95’, versione originale)

La protagonista del film. Giuliette, è una giovane donna, sposata e madre di tre figli, che si prostituisce consenziente il marito, per poter procurare a se stessa e alla famiglia quei beni, superflui e indispensabili, che ci offre la civiltà "occidentale". Attraverso il personaggio di Giulietta, il regista condanna la corsa al benessere e gli altri "miti" di tale civiltà.
Due o tre cose che so di lei può essere considerato una summa dell'opera godardiana. Nel trailer girato dallo stesso regista compaiono come un manifesto cinematografico informazioni su "Elle": Lei, la prostituzione; Lei, la regione parigina; Lei, la vita di oggi; Lei, la guerra del Vietnam; Lei, la morte della bellezza. Sullo sfondo di una Parigi bella e tragica, la vita di Juliette (Marina Vlady), tra gli impegni di madre e moglie e la prostituzione. Coprodotto da François Truffaut, che dirà dell'amico Godard: è veloce come Rossellini, malizioso come Sacha Guitry, musicale come Orson Welles, offeso come Nicholas Ray, profondo, come Ingmar Bergman e insolente come nessuno.
Nato come inchiesta giornalistica, è un film che offre una panoramica sulla complessità della vita parigina, e le sue contraddizioni profonde. (it.wikipedia.org)
Il diamante bianco (The White Diamond)
di Werner Herzog;
fotografia: Henning Brümmer ,Klaus Scheurich;
Musiche: Ernst Reijsiger ,Eric Spitzer;
Montaggio: Joe Bini;
(Germania/Gran Bretagna 2004, 90', v.o. inglese con sottotitoli italiani)
Vincitore miglior documentario al New York Film Critics Circle Awards 2005
Resoconto dell'indimenticabile avventura intrapresa dal regista Werner Herzog e dall'ingegnere aerospaziale Graham Dorrington a bordo del dirigibile White Diamond, progettato dallo stesso Dorrington, con cui hanno sorvolato il Guyana ed esplorato da vicino la foresta amazzonica.
L’ingegnere aeronautico Graham Dorrington si imbarca in un viaggio verso le gigantesche cascate del Kaieteur nel cuore della Guyana, con la speranza che la sua creatura gonfiata ad elio riesca a sorvolare le cime degli alberi. Ma la sua impresa non è priva di rischi: dodici anni prima, una spedizione simile aveva tentato di sorvolare lo straordinario habitat della foresta pluviale, culminando nella tragedia della morte di Dieter Plage, amico di Dorrington.Tra i protagonisti della spedizione c’è Werner Herzog, che parte con il nuovo prototipo di dirigibile per esplorare il mondo perduto della foresta pluviale incontaminata, uno dei territori meno esplorati del pianeta, filmando e raccontando questa storia eccezionale in uno straordinario documentario-verità.
RECENSIONI
Commovente, paralizzante, unico. (David Sterritt, Christian Science Monitor)
Un film bello e commovente al di là delle parole, anche se (o forse perché) sembra descrivere qualcuno senza importanza che fa qualcosa di irrilevante, magari di stupido, affrontando ostacoli insormontabili e un mondo indifferente. (Andrew O'Hehir, Salon.com)
Forse a Werner Herzog mancano oggi gli eroi che possano sembrare all’altezza della sua intensa capacità di meravigliare. Ma quando si presenta l’occasione è ancora capace di rivoltare il mondo. (Anthony Lane, The New Yorker)
Uno dei migliori documentari dell’anno. (Michael Wilmington, Chicago Tribune)
Herzog trova anche una straordinaria bellezza in ciò che Dorrington sta tentando di raggiungere: come Jean-Jacques Rousseau nella sua barca, Dorrington desidera galleggiare intorno al mondo naturale in un sogno a occhi aperti e quando finalmente ci riesce prova un legame con Plage che è autenticamente trascendente. (Scott Tobias, The Onion - A.V. Club)
La ricerca del bizzarro di Herzog fa apparire il documentario a tratti artificioso, ma il fascino dei personaggi riempie lo schermo di profondità ed emotività. (Russell Edwards, Variety)
Emerso dai successi del Nuovo cinema tedesco come uno dei più sinceri e originali documentaristi, Herzog ha gradualmente prodotto un affresco a quattro dimensioni del pianeta, dipingendone i territori dove più forte è la resistenza umana e l'incertezza drammatica con cui affrontiamo il caos. (Michael Atkinson, Village Voice)
Un film che ci ubriaca con il suo onirismo, parlando a tutti quelli che tra noi sognano a occhi aperti. (Ken Fox, TV Guide)
Anche se The White Diamond è un’opera a se stante, si è guadagnata un posto tra gli altri tesori e le curiosità che affollano la produzione di Herzog. Il regista è uno dei cineasti più curiosi che abbiamo, un uomo pronto ad affrontare sfide incredibili pur di riprendere le persone che vivono in modo estremo. (Roger Ebert, Chicago Sun-Times)
IL DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA
(Le journal d’un curé de campagne) di Robert Bresson,
dal romanzo omonimo di Georges Bernanos;
dialoghi: Robert Bresson.
Con Claude Laylu, Léon Arvel , Armand Guibert, Nicole Ladmiral, Marie-Monique Arkell, Jean Riveyre
(Francia 1951, b/n; 110’)
Premio Internazionale Speciale e Premio Speciale per la Migliore Fotografia alla Mostra di Venezia del 1951.
Un giovane sacerdote, dalla salute cagionevole, viene mandato nella parrocchia di Ambricourt, un piccolo villaggio di provincia. Il parroco tiene un diario su cui annota ogni giorno «gli umili e insignificanti segreti di una vita senza misteri».
Splendida e austera trasposizione del romanzo (1936) di Georges Bernanos. Per la prima volta, grazie a questo film, cinema e letteratura si esprimono sullo stesso piano, nello spirito e nella forma. Bresson racconta senza parole, filma con il silenzio [...].
Diario di un curato di campagna resta il solo e il primo film che traduce in equivalenze figurative, spesso ammirevoli, il dramma intraducibile di un’alta vita interiore.
“Mi sono preoccupato di servire il libro e non di servirmene [...]. Quello che più mi ha colpito è stato soprattutto il quaderno da scolaro del diario dove, attraverso la penna del curato, un mondo esteriore si trasforma in un mondo interiore e prende un colore spirituale [...]. “Quello che mi piace, inoltre, in Bernanos è che egli crea il soprannaturale muovendo dal reale”. (R. Bresson)
DIARIO DI UN CURATO DI MONTAGNA
di Stefano Saverioni; con: Don Filippo Lanciproduzione, regia, fotografia, suono, montaggio: Stefano Saverioni;
musiche originali: Enrico Melozzi
produzione: Monotroupe in associazione con Cineforum Teramo, Cinik Records, Laura Aprati Media
(Italia 2009, 58’)
Premio per la Miglior Opera Italiana e il Premio della Stampa al 57° Trento Film Festival. Nomination per miglior documentario al Premio David di Donatello.
La storia si svolge tra le chiese, i palazzi e gli edifici storici degli antichi borghi di Cerqueto, Intermesoli, Pietracamela, luoghi incantevoli che però, dopo il terremoto del 6 aprile nessuno avrà più modo di vistare e l’opera ruota attorno alla figura di un giovane prete, Don Filippo Lanci, in servizio pastorale in una parrocchia ai piedi del Gran Sasso... Ora, anche la casa di Don Filippo all’interno della quale sono state girate molte delle riprese del documentario è oggi inagibile e lui si è dovuto trasferire a Fano Adriano.
IL DIAVOLO PROBABILMENTE...
(Le Diable probablement) di Robert Bresson
Soggetto: Robert Bresson
Sceneggiatura: Robert Bresson
Fotografia: Pasqualino De Santis
Musiche: Philippe Sarde
Montaggio: Germaine Lamy
Interpreti: Laetitia Carcano, Henri De Maublanc, Nicolas Deguy, Geoffry Gaussen, Regis Hanrion,
Tina Irissari, Antoine Monnier
Produzione: Sunchild Gmf Chanderli
(Francia 1977, col., 100’, versione italiana)
Charles è uno studente silenzioso e pensieroso, preoccupato per la dissoluzione morale e la contaminazione ecologica del mondo. Per questo affonda sempre più nella disperazione, nonostante l'amicizia del giornalista Michel, appassionato di ecologia, e nonostante il generoso amore di Alberte, una ragazza che ha abbandonato la famiglia borghese per convivere con lui...
“La società si contrappone al desiderio di libertà, di evasione, anche se poi la libertà, l’evasione, portano al desiderio di morte.” (Robert Bresson). Parole che potrebbero, con facilità, essere attribuite a Charles, il giovane “diavolo” de “Le diable probablement”.
“[…] Il diavolo probabilmente… è l'amaro sguardo gettato da un regista settantacinquenne sul mondo giovanile del post-Sessantotto […].
Per Bresson l'uomo - e quindi anche i giovani - non sono liberi. Il loro destino è nelle mani del male. Siamo oltre il silenzio di Dio e già di fronte alla presenza di Satana. "Di chi è la colpa?"
"Del diavolo probabilmente…" (come afferma quasi casualmente nel film il passeggero di un autobus). (Dario Tomasi)

DIES IRAE (Vredens Dag)
Regia: Carl Theodor Dreyer
Soggetto tratto dal dramma "Anne Pedersdotter" di Hans Wiers-Jensen
Sceneggiatura: C. T. Dreyer, Paul Knudsen, Mogens Skot Hansen
consulenza storica: Kaj Uldall
Fotografia: Carl Andersson
Musiche: Poul Schierbeck; solisti: Erling Bloch (violino); Hanos Kassow (violoncello); parole dei cori: Paul La Cour
Montaggio: Anne Marie Petersen, Edith Schlussel
Scenografia: Lis Fribert
Costumi: Karl Sandt Jensen, Olga Thomsen
Interpreti: Sifurd Berg, Herald Holst, Albert Hobeerg, Preben Lerdorff Rye, Sigrid Neeiendam, Lisbeth Movin, Thorkild Roose, Anna Svierkier, Olaf Ussing
Produzione: Palladium Film
(Danimarca 1943, b/n, 105’)
All’inizio del XVII secolo, una giovane donna diviene l’amante del figlio di suo marito, un pastore protestante che muore quando viene a conoscenza dell’infedeltà della moglie. La suocera la denuncia allora come strega […]. Il film è interessante per la sua bellezza plastica, il volto tormentato di Lisbeth Movin, l’atmosfera storica [...]. È una delle opere più caratteristi-che e alte dell’autore, secondo molti, anzi, il suo capolavoro, poi insuperato. (U. Casiraghi, da Diz.ion .dei film, Sansoni, 1968)
Terminati gli studi, il giovane Martino ritorna alla casa paterna in un villaggio della Danimarca. E' l'anno 1632 e tutto il paese è avvolto nella cupa atmosfera della riforma luterana. Martino è figlio di primo letto del giudice e pastore Assalonne Pederson, che, rimasto vedovo, ha sposato la giovane Anna. Martino fa ora la conoscenza della matrigna, che ha sposato suo padre non per amore, ma mossa da un sentimento di riconoscenza: il pastore ha infatti salvato dal rogo sua madre, accusata di stregoneria. Tra la matrigna e il figliastro sorge un amore improvviso, che Merete, la vecchia madre di Assalonne scopre ben presto. Il pastore, quando gli viene rivelata la triste realtà, è colto da una sincope e muore. Merete ha sempre odiato la giovane nuora e il suo odio ha avuto nuovo alimento quando ha compreso che Anna e Martino si amavano. Ella accusa al Consiglio degli anziani ora la giovane donna di stregoneria e responsabile della morte di Assalonne. Anna è pronta a difendersi, perché Martino le ha giurato di essere sempre al suo fianco; ma il giovane, suggestionato e intimorito dalle parole della nonna, si schiera dalla parte dell'accusatrice. Anna allora, abbandonata ogni speranza, non si difende più e confessa una colpa inesistente, affermando di aver provocato con arti magiche la morte del marito. La confessione è per lei una sentenza di morte; ella ha appena finito di pronunciarla che già si leva il canto del "Dies Irae" che precede ed accompagna il supplizio del rogo.
IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO
(Deus e o Diabo na terra do sol) di Glauber Rocha.
Con Geraldo Del Rey, Yonà Magalhïes, Mauricío Do Valle, Lidio Sílva, Othon Bastos.(Brasile 1964, b/n, 115’)
Un povero contadino del Nordeste, Manuel (Del Rey) si unisce alla banda di un ambiguo santone il «beato» Sebastião (Silva) e finisce col prenderne il posto, diventando cangaceiro col nome di Satanás. Ma nel sertão compare il sicario Antonio das Mortes (Do Valle) col compito di uccidere tutti i «beati», strumento ambivalente e cieco della dialettica storica: da una parte è al soldo dei proprietari terrieri e della Chiesa ma dall’altro fa anche giustizia delle rivolte sbagliate, mito di morte che rappresenta comunque per i diseredati una vera liberazione.
Storia a forti tinte, fluviale e abbastanza confusa, narrata con la mediazione di un cantastorie e di molte canzoni, con un finale aperto dove Manuel continua a correre, nel sertão e il cantastorie spiega che il mondo, non è né di Dio né del Diavolo, ma solo dell’uomo.
Capostipite del Cinema nôvo brasiliano, affascinò soprattutto i critici europei per il suo stile grezzo e povero (l’uso frequente della macchina a mano che sottolinea con le sue imperfezioni di ripresa la drammaticità del Nordeste brasiliano) il tono populista e finto-ingenuo (dove si mescolano la cultura popolare, la tradizione barocca, le influenze di una religiosità mistica e violenta). Può anche lasciar sconcertato lo spettatore che non condivide l’ossessione di Rocha di «scompaginare ciò che è ordinato» per definire un possibile nuovo ordine narrativo. (P. Mereghetti, Diz. dei film, Ed. Baldini & Castoldi)
Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen)
Regia: Werner Herzog
Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Bob Ellis, Werner Herzog
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein
Montaggio: Beate Mainka-Jellinghaus
Musiche: Wandjuk Marika
Interpreti: Bruce Spence, Wandjuk Marika, Roy Marika, Ray Barrett, Norman Kaye, Ralph Cotterill, Nick Lathouris, Basil Clarke
(RFT/Francia/Gran Bretagna 1984, 110', v.o inglese con sottotitoli italiani)
Nell'Australia del Nord una compagnia mineraria scava in cerca di giacimenti di uranio, ma un gruppo di aborigeni rivendica il diritto di conservare con la terra tradizioni, sentimenti, sogni. Western cosmogonico per ecologi, "verdi", difensori della natura pessimisti ma non rassegnati. Film sconsolato che contempla il fallimento della civiltà occidentale, ma con la speranza che si può ancora tentare di salvare qualcosa.
Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen) è un film del 1984 del regista tedesco Werner Herzog. Ambientato nel deserto australiano è sul territorio conteso tra una compagnia mineraria e i nativi aborigeni. Per gli aborigeni l'area sulla quale la compagnia mineraria ha intenzione di lavorare è un posto in cui "le formiche verdi sognano" e distruggerlo avrà come conseguenza la distruzione dell'umanità.
DUTCH TOUCH di Ulrike Helmer;
fotografia: Brigit Hillenius;
musica: Ali B., Brainpower, Jay Colin, Duvel;
(Olanda, 2006, 80'; documentario)
v. o. con sott. italiani

