D - Schede film



Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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IL DANNO (Fatale)
R.: L. Malle. Sc.: David Hare, dal romanzo Damage di Josephine Hart.
Int.: Jeremy Irons, Juliette Binoche, Miranda Richardson, Rupert Graves.
(GB/Francia, 1992, col., 111')

Maturo uomo politico inglese perde completamente la testa per la giovane fidanzata di suo figlio (Anna). Fra i due scoppia una passione erotica irrefrenabile che scatenerà una rivoluzione nella famiglia del protagonista. "Anna sta vivendo una bizzarra utopia amorosa, non può che causare distruzione e morte" (Malle). "Ultimo tango a Londra"? No, "il film è piuttosto una tragica metafora della cecità umana" (Kezich), di una intensità sconcertante.
"Fatale di Louis Malle arriva preceduto da una fama di zolfo e lussuria. Molto più che scandaloso. Un film abissale, atemporale, di un'eleganza feroce, di una disperazione ovattata, di una sensualità implacabile. Potrebbe, dovrebbe ridursi alle convulsioni triviali di un adulterio, però va molto più in là, più vicino, più forte". (Danièle Heymann)



DARK PASSAGE.(La fuga) di Delmer Daves; dal romanzo omonimo (1946) di David Goodis. Con Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Agnes Moorehead, Bruce Bennett, Tom D'Andrea. (USA 1947, b/n, 106’V.O. senza sott. 
A Vincent Parry, condannato ingiustamente per uxoricidio, non resta che una possibilità: la fuga, nella speranza di dimostrare la propria innocenza scoprendo da solo l'assassino…
 
Delmer Daves, adattando un romanzo di David Goodis, firma il suo capolavoro: un noir sperimentale girato per 64 minuti in “soggettiva”. Bogart è talmente grande da affascinare anche se non lo vediamo per più di un'ora… (da Filmscoop.it)

“L’andamento onirico di questo affascinante film giallo, l’interpretazione d’una coppia d’eccezione, il romanticismo di cui Daves ha avvolto il soggetto, fanno de La fuga uno dei migliori esempi d’un genere nel suo periodo migliore”.
(G. Sadoul, Diz. dei film, Sansoni, 1968)



DEUX OU TROIS CHOSES QUE JE SAIS D'ELLE
(Due o tre cose che so di lei)
Regia e sceneggiatura: Jean-Luc Godard
Soggetto: tratto da un’inchiesta giornalistica di Catherine Vimenet
Aiuto regia: Charles Bitsch, Isabelle Pons.
Fotografia: Raoul Coutard
Musiche: BEETHOVEN
Montaggio: Françoise Collin, Chantal Delattre
Suono: Rene Levert, Antoine Bonfanti.
Speaker: Jean Luc Godard.
Interpreti: Marina Vlady, Anny Duperey, Roger Montsoret, Yves Beneyton, Juliet Berto
Produzione: Anouchka Films/Argos Films/ Les Films Du Carrosse/Parc Film, Parigi
(Francia 1967, col.,
95’, versione originale

La protagonista del film. Giuliette, è una giovane donna, sposata e madre di tre figli, che si prostituisce consenziente il marito, per poter procurare a se stessa e alla famiglia quei beni, superflui e indispensabili, che ci offre la civiltà "occidentale". Attraverso il personaggio di Giulietta, il regista condanna la corsa al benessere e gli altri "miti" di tale civiltà.

Due o tre cose che so di lei può essere considerato una summa dell'opera godardiana. Nel trailer girato dallo stesso regista compaiono come un manifesto cinematografico informazioni su "Elle": Lei, la prostituzione; Lei, la regione parigina; Lei, la vita di oggi; Lei, la guerra del Vietnam; Lei, la morte della bellezza. Sullo sfondo di una Parigi bella e tragica, la vita di Juliette (Marina Vlady), tra gli impegni di madre e moglie e la prostituzione. Coprodotto da François Truffaut, che dirà dell'amico Godard: è veloce come Rossellini, malizioso come Sacha Guitry, musicale come Orson Welles, offeso come Nicholas Ray, profondo, come Ingmar Bergman e insolente come nessuno.
Nato come inchiesta giornalistica, è un film che offre una panoramica sulla complessità della vita parigina, e le sue contraddizioni profonde. (it.wikipedia.org)


Il diamante bianco (The White Diamond)
di Werner Herzog;
fotografia: Henning Brümmer ,Klaus Scheurich;
Musiche: Ernst Reijsiger ,Eric Spitzer;
Montaggio: Joe Bini;
(Germania/Gran Bretagna 2004, 90', v.o. inglese con sottotitoli italiani)
Vincitore miglior documentario al New York Film Critics Circle Awards 2005

Resoconto dell'indimenticabile avventura intrapresa dal regista Werner Herzog e dall'ingegnere aerospaziale Graham Dorrington a bordo del dirigibile White Diamond, progettato dallo stesso Dorrington, con cui hanno sorvolato il Guyana ed esplorato da vicino la foresta amazzonica.

L’ingegnere aeronautico Graham Dorrington si imbarca in un viaggio verso le gigantesche cascate del Kaieteur nel cuore della Guyana, con la speranza che la sua creatura gonfiata ad elio riesca a sorvolare le cime degli alberi. Ma la sua impresa non è priva di rischi: dodici anni prima, una spedizione simile aveva tentato di sorvolare lo straordinario habitat della foresta pluviale, culminando nella tragedia della morte di Dieter Plage, amico di Dorrington.Tra i protagonisti della spedizione c’è Werner Herzog, che parte con il nuovo prototipo di dirigibile per esplorare il mondo perduto della foresta pluviale incontaminata, uno dei territori meno esplorati del pianeta, filmando e raccontando questa storia eccezionale in uno straordinario documentario-verità. 
 

Un film bello e commovente al di là delle parole, anche se (o forse perché) sembra descrivere qualcuno senza importanza che fa qualcosa di irrilevante, magari di stupido, affrontando ostacoli insormontabili e un mondo indifferente. (Andrew O'Hehir, Salon.com)

Uno dei migliori documentari dell’anno. (Michael Wilmington, Chicago Tribune)

Herzog trova anche una straordinaria bellezza in ciò che Dorrington sta tentando di raggiungere: come Jean-Jacques Rousseau nella sua barca, Dorrington desidera galleggiare intorno al mondo naturale in un sogno a occhi aperti e quando finalmente ci riesce prova un legame con Plage che è autenticamente trascendente. (Scott Tobias, The Onion - A.V. Club)

Emerso dai successi del Nuovo cinema tedesco come uno dei più sinceri e originali documentaristi, Herzog ha gradualmente prodotto un affresco a quattro dimensioni del pianeta, dipingendone i territori dove più forte è la resistenza umana e l'incertezza drammatica con cui affrontiamo il caos. (Michael Atkinson, Village Voice)

Un film che ci ubriaca con il suo onirismo, parlando a tutti quelli che tra noi sognano a occhi aperti. (Ken Fox, TV Guide)

Anche se The White Diamond è un’opera a se stante, si è guadagnata un posto tra gli altri tesori e le curiosità che affollano la produzione di Herzog. Il regista è uno dei cineasti più curiosi che abbiamo, un uomo pronto ad affrontare sfide incredibili pur di riprendere le persone che vivono in modo estremo. (Roger Ebert, Chicago Sun-Times)



IL DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA

(Le journal d’un curé de campagne) di Robert Bresson,
dal romanzo omonimo di Georges Bernanos;
dialoghi: Robert Bresson.
Con Claude Laylu, Léon Arvel , Armand Guibert, Nicole Ladmiral, Marie-Monique Arkell, Jean Riveyre
(Francia 1951, b/n;
110’)
Premio Internazionale Speciale e Premio Speciale per la Migliore Fotografia alla Mostra di Venezia del 1951. 

Un giovane sacerdote, dalla salute cagionevole, viene mandato nella parrocchia di Ambricourt, un piccolo villaggio di provincia. Il parroco tiene un diario su cui annota ogni giorno «gli umili e insignificanti segreti di una vita senza misteri».


Splendida e austera trasposizione del romanzo (1936) di Georges Bernanos. Per la prima volta, grazie a questo film, cinema e letteratura si esprimono sullo stesso piano, nello spirito e nella forma. Bresson racconta senza parole, filma con il silenzio [...]. 
Diario di un curato di campagna resta il solo e il primo film che traduce in equivalenze figurative, spesso ammirevoli, il dramma intraducibile di un’alta vita interiore.

“Mi sono preoccupato di servire il libro e non di servirmene [...]. Quello che più mi ha colpito è stato soprattutto il quaderno da scolaro del diario dove, attraverso la penna del curato, un mondo esteriore si trasforma in un mondo interiore e prende un colore spirituale [...]. “Quello che mi piace, inoltre, in Bernanos è che egli crea il soprannaturale muovendo dal reale”. (R. Bresson)



DIARIO DI UN CURATO DI MONTAGNA

di Stefano Saverioni; con: Don Filippo Lanci
produzione, regia, fotografia, suono, montaggio: Stefano Saverioni;
musiche originali: Enrico Melozzi
produzione: Monotroupe in associazione con Cineforum Teramo, Cinik Records, Laura Aprati Media (Italia 2009, 58’)
Premio per la Miglior Opera Italiana e il Premio della Stampa al 57° Trento Film Festival.
Nomination per miglior documentario al Premio David di Donatello.

La storia si svolge tra le chiese, i palazzi e gli edifici storici degli antichi borghi di Cerqueto, Intermesoli, Pietracamela, luoghi incantevoli che però, dopo il terremoto del 6 aprile nessuno avrà più modo di vistare e l’opera ruota attorno alla figura di un giovane prete, Don Filippo Lanci, in servizio pastorale in una parrocchia ai piedi del Gran Sasso... Ora, anche la casa di Don Filippo all’interno della quale sono state girate molte delle riprese del documentario è oggi inagibile e lui si è dovuto trasferire a Fano Adriano.


IL DIAVOLO PROBABILMENTE...

(Le Diable probablement) di Robert Bresson
Soggetto: Robert Bresson
Sceneggiatura: Robert Bresson
Fotografia: Pasqualino De Santis
Musiche: Philippe Sarde
Montaggio: Germaine Lamy
Interpreti: Laetitia Carcano, Henri De Maublanc, Nicolas Deguy, Geoffry Gaussen, Regis Hanrion,
Tina Irissari, Antoine Monnier
Produzione: Sunchild Gmf Chanderli
(Francia 1977, col., 100’, versione italiana)
 

Charles è uno studente silenzioso e pensieroso, preoccupato per la dissoluzione morale e la contaminazione ecologica del mondo. Per questo affonda sempre più nella disperazione, nonostante l'amicizia del giornalista Michel, appassionato di ecologia, e nonostante il generoso amore di Alberte, una ragazza che ha abbandonato la famiglia borghese per convivere con lui...   

“La società si contrappone al desiderio di libertà, di evasione, anche se poi la libertà, l’evasione, portano al desiderio di morte.” (Robert Bresson). Parole che potrebbero, con facilità, essere attribuite a Charles, il giovane “diavolo” de “Le diable probablement”.

“[…] Il diavolo probabilmente… è l'amaro sguardo gettato da un regista settantacinquenne sul mondo giovanile del post-Sessantotto […].
Per Bresson l'uomo - e quindi anche i giovani - non sono liberi. Il loro destino è nelle mani del male. Siamo oltre il silenzio di Dio e già di fronte alla presenza di Satana. "Di chi è la colpa?"
"Del diavolo probabilmente…" (come afferma quasi casualmente nel film il passeggero di un autobus). (Dario Tomasi)



DICIOTTANNI – IL MONDO AI MIEI PIEDI
Un film di Elisabetta Rocchetti. 
Con Marco Rulli, Elisabetta Rocchetti, G-Max,
Nina Torresi, Alessia Barela, Rosa Pianeta,
Marco Iannitello, Monica Cervini.
(Italia 2011, col., 86’) 

La storia di un’adolescenza vissuta troppo in fretta. Ludovico è giovane, bello e ricco. Per questo le donne lo desiderano e lui non si nega, neppure alla sua professoressa e alla madre del suo migliore amico. Dopo aver toccato il fondo spirituale e morale, Ludovico cercherà di ritrovare se stesso e diventare un ragazzo come gli altri della sua età.

4 premi al XIV Terra di Siena Intern. Film Festival (Miglior Attore Protagonista - Marco Rulli, Miglior Attrice non Protagonista - Rosa Pianeta, Migliori Attori non Protagonisti - Marco Iannitello e Nina Torresi)
fra cui il
Premio della critica MUSICFEEL con la seguente motivazione:
"Opera prima, che rappresenta con forza drammatica e cura psicologica, col concorso dell’ottima recitazione dell’intero cast, un mondo giovanile, borghese annoiato e privo di autentici valori attraverso un percorso esistenziale di un diciottenne che grazie all’incontro con la sofferenza e con una vera amicizia giunge a cogliere il senso profondo della vita”.

“Con questo film, attraverso il personaggio di Ludovico ed i rapporti che il protagonista instaura con i suoi coetanei e con le donne, volevo gettare uno sguardo su alcuni comportamenti che mi sembrano il sintomo di un certo disorientamento e di una difficoltà nel rapporto fra generazioni, tipico della nostra società. Ludovico, il protagonista, è un ragazzo orfano cresciuto con valori affettivi deviati che non riesce a relazionarsi completamente con i ragazzi della sua età. Un ragazzo di bell’aspetto che, cresciuto senza nessun tipo di educazione sentimentale, si ritrova a vagare nel mondo femminile senza bussola e senza capire cosa sia veramente l’amore. Conosce il sesso come unico mezzo di comunicazione e per questo è attratto dalle donne più grandi, quelle più adatte a farlo sentire amato.
Attraverso la vita di Ludovico volevo, dall’altro lato, mettere in risalto alcuni comportamenti tipici di certe donne della mia generazione, che per disperazione si riducono a inseguire chimere, cercando l’amore di ragazzi molto più giovani, pur di non subire il mostro crudele della solitudine. (Elisabetta Rocchetti)


DIES IRAE (Vredens Dag)
Regia: Carl Theodor Dreyer; Soggetto tratto dal dramma "Anne Pedersdotter" di Hans Wiers-Jensen;
Sceneggiatura: C. T. Dreyer, Paul Knudsen, Mogens Skot Hansen, consulenza storica: Kaj Uldall;
Fotografia: Carl Andersson;
Musiche: Poul Schierbeck; solisti: Erling Bloch (violino); Hanos Kassow (violoncello); parole dei cori: Paul La Cour
Montaggio: Anne Marie Petersen, Edith Schlussel; Scenografia: Lis Fribert; Costumi: Karl Sandt Jensen, Olga Thomsen
Interpreti: Sifurd Berg, Herald Holst, Albert Hobeerg, Preben Lerdorff Rye, Sigrid Neeiendam, Lisbeth Movin.
Produzione: Palladium Film
(Danimarca 1943, b/n,
105’)

All’inizio del XVII secolo, una giovane donna diviene l’amante del figlio di suo marito, un pastore protestante che muore quando viene a conoscenza dell’infedeltà della moglie. La suocera la denuncia allora come strega […]. Il film è interessante per la sua bellezza plastica, il volto tormentato di Lisbeth Movin, l’atmosfera storica [...]. È una delle opere più caratteristi-che e alte dell’autore, secondo molti, anzi, il suo capolavoro, poi insuperato. (U. Casiraghi, da Diz.ion .dei film, Sansoni, 1968)

Terminati gli studi, il giovane Martino ritorna alla casa paterna in un villaggio della Danimarca. E' l'anno 1632 e tutto il paese è avvolto nella cupa atmosfera della riforma luterana. Martino è figlio di primo letto del giudice e pastore Assalonne Pederson, che, rimasto vedovo, ha sposato la giovane Anna. Martino fa ora la conoscenza della matrigna, che ha sposato suo padre non per amore, ma mossa da un sentimento di riconoscenza: il pastore ha infatti salvato dal rogo sua madre, accusata di stregoneria. Tra la matrigna e il figliastro sorge un amore improvviso, che Merete, la vecchia madre di Assalonne scopre ben presto. Il pastore, quando gli viene rivelata la triste realtà, è colto da una sincope e muore. Merete ha sempre odiato la giovane nuora e il suo odio ha avuto nuovo alimento quando ha compreso che Anna e Martino si amavano. Ella accusa al Consiglio degli anziani ora la giovane donna di stregoneria e responsabile della morte di Assalonne. Anna è pronta a difendersi, perché Martino le ha giurato di essere sempre al suo fianco; ma il giovane, suggestionato e intimorito dalle parole della nonna, si schiera dalla parte dell'accusatrice. Anna allora, abbandonata ogni speranza, non si difende più e confessa una colpa inesistente, affermando di aver provocato con arti magiche la morte del marito. La confessione è per lei una sentenza di morte; ella ha appena finito di pronunciarla che già si leva il canto del "Dies Irae" che precede ed accompagna il supplizio del rogo. 



IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO
(Deus e o Diabo na terra do sol) di Glauber Rocha. Con Geraldo Del Rey, Yonà Magalhïes, Mauricío Do Valle, Lidio Sílva, Othon Bastos.
(Brasile 1964, b/n,
115’)

Un povero contadino del Nordeste, Manuel (Del Rey) si unisce alla banda di un ambiguo santone il «beato» Sebastião (Silva) e finisce col prenderne il posto, diventando cangaceiro col nome di Satanás. Ma nel sertão compare il sicario Antonio das Mortes (Do Valle) col compito di uccidere tutti i «beati», strumento ambivalente e cieco della dialettica storica: da una parte è al soldo dei proprietari terrieri e della Chiesa ma dall’altro fa anche giustizia delle rivolte sbagliate, mito di morte che rappresenta comunque per i diseredati una vera liberazione.
Storia a forti tinte, fluviale e abbastanza confusa, narrata con la mediazione di un cantastorie e di molte canzoni, con un finale aperto dove Manuel continua a correre, nel sertão e il cantastorie spiega che il mondo, non è né di Dio né del Diavolo, ma solo dell’uomo.
Capostipite del Cinema nôvo brasiliano, affascinò soprattutto i critici europei per il suo stile grezzo e povero (l’uso frequente della macchina a mano che sottolinea con le sue imperfezioni di ripresa la drammaticità del Nordeste brasiliano) il tono populista e finto-ingenuo (dove si mescolano la cultura popolare, la tradizione barocca, le influenze di una religiosità mistica e violenta). Può anche lasciar sconcertato lo spettatore che non condivide l’ossessione di Rocha di «scompaginare ciò che è ordinato» per definire un possibile nuovo ordine narrativo. (P. Mereghetti, Diz. dei film, Ed. Baldini & Castoldi)

IL DISCORSO DEL RE (The King's Speech)
Regia: Tom Hooper; sceneggiatura: David Seidler;
fotografia: Danny Cohen; montaggio: Tariq Anwar;
scenografia: Eve Stewart; arredamento: Judy Farr; costumi: Jenny Beavan;
effetti: Mark Holt; musiche: Alexandre Desplat;
interpreti: Colin Firth, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Geoffrey Rush, Timothy Spall,  Jennifer Ehle, Derek Jacobi, Michael Gambon, Anthony Andrews.
Produzione: See-Saw Films, Bedlam Productions; distribuzione: Eagle Pictures
(Gran Bretagna/Australia 2010, col.,
111’)
 
- 4 Oscar 2011 per: Miglior Film, Regia, Attore Protagonista (Colin Firth) e Sceneggiatura Originale.
- Golden Globe
2011 a Colin Firth come Miglior attore protagonista di film drammatico.
- Candidato al David di Donatello 2011 come Miglior Film dell'Unione Europea.
- Presentato al 61. Festival di Berlino 2011 nella sezione 'Berlinale Special'.

Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V (Michael Gambon) e la scandalosa abdicazione di Re Eduardo VIII (Guy Pearce), Bertie (Colin Firth), che soffre da tutta la vita di una forma debilitante di balbuzie, viene improvvisamente incoronato Re Giorgio VI d’Inghilterra. Con il suo paese sull’orlo della guerra e disperatamente bisognoso di un leader, sua moglie, Elisabetta (Helena Bonham Carter), la futura Regina Madre, organizza al marito un incontro con l’eccentrico logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush). Dopo un inizio burrascoso, i due si mettono alla ricerca di un tipo di trattamento non ortodosso, finendo col creare un legame indissolubile. Con l’aiuto di Logue, della sua famiglia, del suo governo e di Winston Churchill (Timothy Spall), il Re riuscirà a superare la sua balbuzie e farà un discorso alla radio che ispirerà il suo popolo e lo unirà in battaglia.
Basato sulla vera storia di Re Giorgio VI, Il discorso del re racconta la vicenda di questo Monarca Reale impegnato nell’ardua ricerca della sua voce.

"La balbuzie, dunque, studiata con finezza e accenti anche delicati in quel personaggio al centro che incontriamo prima come Duca di York, ancora vivente suo padre Giorgio V, e secondo nella linea di successione perché il primo è quell'Edoardo Principe di Galles di cui ci si rivelano quasi subito i rapporti con l'americana divorziata Wally Simpson. [...] Tutto molto da vicino, i personaggi analizzati con cure attente, gli ambienti attorno ricostruiti con rispetto per i dati autentici e i tanti momenti storici da cui la vicenda è attraversata espressi sempre con emozioni e tensioni pronte a conquistarsi spazi privilegiati, ma con misura. Li domina, percorrendoli tutti con grande sensibilità (anche quando 'recita' la balbuzie), l'attore inglese Colin Firth che aggiunge felicemente Giorgio VI ai tanti personaggi che ha saputo creare nel corso della sua fortunatissima carriera. Queen Elizabeth, al suo fianco, è Helena Bonham Carter, che riesce con grazia e intelligenza a somigliarle. Il logopedista è l'australiano Geoffrey Rush, una maschera forte e risentita." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Cronaca Roma', 28 gennaio 2011)

"Il microfono è enorme, la folla immensa, l'ansia insostenibile. Così la voce si increspa, si strozza, inciampa sulle consonanti, erompe rotolando a singhiozzo sulle sillabe fino a quando, Dio sia lodato, la frase finisce. E si ricomincia... Se per chiunque balbettare è un supplizio, per un principe ereditario è una vergogna, una mutilazione, una tragica perdita di autorità. Se poi siamo negli anni
30, l'età d'oro della radio, l'epoca in cui Hitler soggioga le folle e incendia l'Europa con la sua oratoria, il dramma del duca di York, secondogenito di Re Giorgio V, afflitto fin dall'infanzia da quel difetto misterioso, diventa anche un vero problema politico. Tutto questo però Il discorso del Re ce lo lascia indovinare, concentrandosi opportunamente (specie nella prima metà) sui protagonisti. Anzi incarnando una gran massa di spunti e di idee nei corpi e nelle voci di due grandi attori al loro massimo storico: Colin Firth, il principe balbuziente, costretto a curarsi dalla moglie (una squisita Helena Bonham-Carter). E Geoffrey Rush, logopedista australiano [...] e attore mancato; un semplice guitto, agli occhi del principe, catapultato dal caso in una posizione di potere. Il potere assoluto del medico sul suo paziente. [...]. Nella costruzione di questo rapporto il film di Tom Hooper (padre inglese e madre australiana, curioso...) è coraggioso e a volte geniale." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2011)


LA DONNA E IL DRAGO
un film
di Rodolfo Bisatti
con
Laura Pellicciari, Carlotta Bisatti, Linda Dorigo, Andrea Gregoretti, Mario Pigatto, Eva Mauri
(Italia 2010, col.,
100’)

Se la mamma va in carcere i figli (da uno a tre anni) che fine fanno? Vanno in carcere con la madre? Vengono affidati? Adottati? Abbandonati? La legislazione che regola queste problematiche è adeguata?

Il film “La donna e il Drago” di Rodolfo Bisatti ci porta dentro a un doloroso dramma umano e civile. Con un linguaggio non convenzionale racconta, l’ultimo periodo di libertà di una madre che dovrà scontare sei anni di carcere avendo una figlia di un anno e pochi mesi. Il film si svolge e si ferma prima delle sbarre, visualizzando l’impressionante approssimarsi dell’ora zero: il momento del distacco tra la madre, che verrà internata, e la figlia...

Dove sognano le formiche verdi  (Wo die grünen Ameisen träumen)
Regia: Werner Herzog
Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Bob Ellis, Werner Herzog
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein
Montaggio: Beate Mainka-Jellinghaus
Musiche: Wandjuk Marika
Interpreti: Bruce Spence, Wandjuk Marika, Roy Marika, Ray Barrett, Norman Kaye, Ralph Cotterill, Nick Lathouris, Basil Clarke
(RFT/Francia/Gran Bretagna 1984, 110', v.o inglese con sottotitoli italiani)

Nell'Australia del Nord una compagnia mineraria scava in cerca di giacimenti di uranio, ma un gruppo di aborigeni rivendica il diritto di conservare con la terra tradizioni, sentimenti, sogni. Western cosmogonico per ecologi, "verdi", difensori della natura pessimisti ma non rassegnati. Film sconsolato che contempla il fallimento della civiltà occidentale, ma con la speranza che si può ancora tentare di salvare qualcosa.

Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen) è un film del 1984 del regista tedesco Werner Herzog. Ambientato nel deserto australiano è sul territorio conteso tra una compagnia mineraria e i nativi aborigeni. Per gli aborigeni l'area sulla quale la compagnia mineraria ha intenzione di lavorare è un posto in cui "le formiche verdi sognano" e distruggerlo avrà come conseguenza la distruzione dell'umanità.



DUTCH TOUCH di Ulrike Helmer;
fotografia: Brigit Hillenius;
musica: Ali B., Brainpower, Jay Colin, Duvel;
(Olanda, 2006, 80'; documentario)
v. o. con  sott. italiani


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