F - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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FAMILY GAME
di Alfredo Arciero;
sceneg.: A. Arciero, Marina Polla De Luca; fot.: Stefano Paradiso; mo.: Paolo Benassi; musiche: Louis Siciliano;
con Sandra Ceccarelli, Stefano Dionisi, Fabio Troiano, Elena Bouryka, Ugo Pagliai, Eros Pagni
(Italia 2008, col.,
94’)
Vittorio, 40 anni circa, ha un buon lavoro, una bella moglie, due figli splendidi, una casa di prestigio. È un assistente chirurgo presso una clinica privata, ma non sospetta minimamente che alcuni meccanismi celati dietro l’apparente serenità della sua famiglia si stiano inesorabilmente inceppando…

"… Ho tentato di esplorare la confusione e le contraddizioni dell'amore, l'innegabile incomunicabilità tra individui che condividono per anni spazio e tempo… (Alfredo Arciero)
 


FANTÔME, OÙ ES-TU?
(Ku Ma / Fantasma, dove sei?)
di Shaudi Wang 
Sceneg.:
Wang Shaudi, Huang Liming; Fotografia: Chou I-wen;
Montaggio:  Lei Cheng-ching; Suono: Klaus Chen.
Con: Sean Huang, Jin Cheng, Lan Zheng-long, Ku Ming-shen.
Produzione:Huang Liming (2010, durata: 105')

Cool Ma è un maratoneta che ha perso la vita per mano
di Tang Guo, una ragazza che credeva fosse un maschio. Spirito errante il cui unico legame con il mondo è la sua assassina, Cool Ma deve pregarla di andare a casa sua così che possa seguirne i passi...



THE FIGHTER

regia:
David O. Russell
soggetto: Paul Tamasy, Eric Johnson, Keith Dorrington;
sceneggiatura:
Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson
fotografia: Hoyte Van Hoytema, Matthew Libatique;
montaggio: Pamela Martin;
musiche: Michael Brook;
costumi: Mark Bridges; effetti: Joshua D. Comen, Comen VFX;
interpreti:
Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo;
produzione: Mandeville Films, Relativity Media; distribuzione: Eagle Pictures.
(USA 2010, col.,
118’)
Oscar 2011 a Christian Bale e Melissa Leo come Migliori attori non protagonisti.
Golden Globe 2011 a Christian Bale e Melissa Leocome Migliori attori non protagonisti. 

La storia del difficile cammino verso il successo del pugile professionista Micky Ward, e della sua inaspettata trasformazione in una leggenda dello sport.


La storia inizia con Dicky, un uomo che è l’orgoglio dell’ intera cittadina - in passato ha combattuto contro Sugar Ray Leonard - ora caduto in disgrazia. Nel frattempo, suo fratello Micky è diventato a sua volta un puglie, la sua carriera è appena agli esordi ed è gestita dalla madre Alice (Melissa Leo). Nonostante il suo impressionante gancio sinistro, Micky continua a perdere sul ring. L’ultimo combattimento affrontato da Micky finisce quasi per ammazzarlo, e a quel punto viene persuaso dalla sua ragazza, Charlene (Amy Adams), a tentare qualcosa di estremo: dividersi dalla sua famiglia, perseguire i suoi interessi e allenarsi senza l’inquieto fratello. Fino a che, a Micky non viene offerta l’opportunità di una vita: combattere per il titolo.
Ma presto Micky capisce che avrà bisogno del fratello e di tutta la sua famiglia per poter vincere. Sfidando tutti i pessimisti, Micky cercherà di redimersi e di riportare al suo angolo del ring Dicky, Charlene, Alice e l’intera famiglia Ward/Eklund. Riuscirà così ad ottenere una serie di vittorie sorprendenti. E così, dal nulla, Micky diventerà un campione, conosciuto da tutti per la sua lealtà e la sua determinazione.

The Fighter è tratto da una storia vera che parla della famiglia, dell’amore, di relazioni e del superamento delle avversità. Una storia tanto potente quanto eccitante”. (Mark Wahlberg)



THE FIRES OF THE AMAZON
(I fuochi dell'Amazzonia)
Diretto da Adrian Cowell
Riprese: Vicente Rios
Reporter: Adrian Cowell
Prodotto dalla Nomad Films for the BBC series "Correspondent"
Co-prodotto con l'Universidade Catolica de Goias
Produttore esecutivo per la Nomad Films: Roger James
(USA 2004, 44')

Premiato all'Earth Vision Environmental Film Festival e all'Hazel Wolf Environmental Film Festival
Altri awards: The Chris Statuette, Columbus International Film & Video Festival, Runner-Up in Category.

Adrian Cowell documenta la situazione dell'Amazzonia più di dieci anni dopo la serie da lui prodotta "Il decennio della distruzione"

Adrian Cowell ha trascorso gli anni Ottanta a produrre il film documentario definitivo sulla deforestazione in Amazzonia intitolato "Il decennio della distruzione". Tra questi documentari figurava l'amico Chico Mendes, assassinato nel 1988 per aver dato vita a riserve forestali destinate ai raccoglitori di caucciù. In questo nuovo documentario per la serie "Correspondent" della BBC Cowell è tornato in Amazzonia e ha scoperto che molti amici e colleghi di Chico hanno acquisito potere, inclusa la sua alleata più intima Mary Allegretti, ora segretaria del governo federale per l'Amazzonia.
Ci sono state alcune conquiste considerevoli da parte dei raccoglitori di caucciù, come la realizzazione di riserve forestali, l'istruzione per i loro figli e prezzi maggiori per il loro legname di qualità. Ma anno dopo anno gli incendi hanno continuato a devastare. Meno di 1/3 dell'Amazzonia è protetto in un parco o in una riserva naturale. Le strade sono state costruite e la pratica dell'agricoltura si è spostata nel sud dell'Amazzonia.
Daniel Nepstad dell'Istituto per la Ricerca Ambientale ipotizza che nel prossimo quarto di secolo il 40% della foresta sarà rimpiazzato dall'agricoltura e l'altro 40% andrà perduto a causa del disboscamento. La Cargill sta costruendo un nuovo, enorme silos terminale a Santarem, che sogna di diventare la Chicago del Brasile.
Nello stesso tempo il Ministero dell'Ambiente sta cercando di limitare gli incendi individuandoli grazie ai dispositivi di fotografia satellitare forniti dall'Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale e grazie al corpo di polizia IBAMA, per rafforzare i controlli. Greenpeace si sta adoperando per indurre l'opinione pubblica mondiale a non acquistare più il legno di mogano proveniente dall'Amazzonia.
Sarà possibile salvare quel che resta della foresta amazzonica?


LA FISICA DELL'ACQUA
Regia: Felice Farina
soggetto e sceneggiatura: Felice Farina, Eleonora Fiorini, Mauro Casiraghi; musiche: Franco Piersanti
montaggio: Esmeralda Calabria; costumi: Grazia Colombini; scenografia: Gianni Silvestri, Paolo Innocenzi, Matteo Marson; fotografia: Pietro Sciortino; suono: Filippo Porcari, Luca Anzellotti, Paolo Segat; casting: Lorella Chiapatti
interpreti: Claudio Amendola, Paola Cortellesi, Stefano Dionisi, Lorenzo Vavassori,
Lorenzo Pavanello, Samuele Longhi, Francesca Brizzolara, Fabio Ferrari, Anita Zagaria
produttore: Renzo Rossellini, Felice Farina; Produzione: Nina Film, Rossellini Film&TV; distribuzione: Iris Film
(Italia 2009, col.,
76’)

Ale ha sette anni e ha perso il padre quando cominciava a muovere i primi passi. Dopo molti anni e in modo improvviso nella vita del bambino riappare Claudio, lo zio, un uomo inafferrabile, testardo e deciso a vendere la vil-letta sul lago dove il piccolo vive con la mamma. Visioni surreali tormentano Ale che prova un ran-core incomprensibile e violento nei confronti dell’uomo. Una sera il piccolo, preso dalla follia, opera maldestramente sui freni dell’auto di Claudio su cui a sorpresa all’indomani sale anche la mamma. Ale si lancia in un disperato inseguimento, invano. L’auto non risponde ai comandi, i due hanno un incidente. Il Commissario di polizia si prende cura del piccolo per cercare la verità e aiutarlo a districarsi nel buio dei ricordi.

«Credo che in un tempo come il nostro dovremmo tutti praticare le zone laterali della coscienza per cercare verità difficili da identificare nella massa di informazioni che ci invadono. Ho architettato una storia particolare, ho cercato di rendere visibile percorsi interiori invisibili, spero di essere stato nei limiti della credibilità [...]» (Felice Farina)

"Farina ha dosato gli effetti. Sia quando disegna l’avversione lì per lì inspiegabile del bambino nei confronti dello zio, sia quando, procedendo a gradi, con tensioni soprattutto interiori, fa scaturire dall’inconscio del piccolo protagonista, assistito forse dal ricordo addirittura tangibile del padre, tutti i particolari di quell’evento lontano. Chiarendo il mistero quasi come un poliziesco giunto a conclusione".
(Gian Luigi Rondi, Il Tempo)

 
“[...] Farina gioca con i suoi personaggi scrutandoli, studiandoli approfonditamente e seguendoli con la macchina da presa [...] giostra narrativa a metà fra noir psicologico (e per certi versi paranormale) e dramma familiare, il cui pathos a più riprese è stemperato da un suggestivo tocco onirico. E idrico: acqua che straborda dai cancelli della memoria per irrompere nel cuore di un bimbo che soffre, che ricorda, che si vendica. Un piccolo film dalla grande regia e dal cast convincente, rara fiaba a lieto fine di un cinema artigianale, delicato, potente e prezioso... (Claudia Catalli, DNews)
 

Il regista:  FELICE FARINA
È nato a Roma tra la fine della ricostruzione e gli inizi del boom economico. Si è formato come attore nella ricchissima esperienza dell’avanguardia teatrale romana degli anni settanta, percorrendo i teatri di cantina di Mario Ricci, Giancarlo Sepe, Giuliano Vasilicò, Renato Mambor, Pippo Di Marca fino ai 25 anni. Si è avvicinato al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, occupandosi di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa.
Inizia l’attività di regia con alcuni cortometraggi e documentari industriali; in seguito - tra l’80 e il 90 - si occupa di alcuni programmi per RaiDue e RaiTre. Di recente ha fondato una piccola società indipendente, la NinaFilm, con cui realizza documentari per programmi Rai e con cui continua a sperimentare, nell’odierno panorama dell’universo digitale, tecniche di ripresa ed elaborazione dell’immagine e del suono.

FREMDE LIEBE - A LOVE APART
di Bettina Haasen
(Germania 2004,
52’, v.o. tamasheq con sott. inglesi)
Presentato al Milan African Film Festival, Milano (2005)

Le aspettative di una giovane e il suo contesto culturale diventano il soggetto di un film bello e ricco di sentimenti che, da un’angolazione discreta, mostra un significato differente del tempo, esibendo un proprio sistema di valori e una nuova visione dell’amore.
La preparazione ad un matrimonio con qualcuno che non si è scelto è seguita dalla regista entrando con estrema delicatezza nell'orizzonte d'intimità della futura sposa, le cui emozioni nel vivere la "recita" di quel rituale si percepiscono intensissime e vere nonostante quell'assoluta mancanza di sentimento d'amore.


FERDINANDO IL DURO
(Der Starke Ferdinand) di
Alexander Kluge
fotografia: Thomas Mauch
montaggio: Heidi Genee

con Heinz Schubert,Verena Rudolph, Joachim Hackethal(Germania, 1976, colore, 86’)
vers. originale con sottotitoli in italiano

Funzionario di polizia, maniaco dell'ordine e della sicurezza, perde il posto e viene assunto da un'industria multinazionale. Per eccesso di zelo si mette nei pasticci.
È il meno difficile e il più concreto, divertente film di A. Kluge, lucido analista della società tedesca e delle sue perversioni. Grazie anche a un ottimo protagonista, una vena umoristica alleggerisce la sua gravità. (Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli)


Alexander Kluge ha girato Ferdinando il duro (Der Starke Ferdinand) tra il 1975 e il 1976, dopo un'evoluzione linguistica, poetica, produttiva (le sue opere sono state tutte, tranne In Gefahr und grosster Not, autoprodotte attraverso la Kairos Film) e politica durata circa vent'anni. Nel suo «Ferdinand» si riconoscono, quindi, il «realismo per motivi antirealisti», l'intrecciarsi di privato e pubblico, di «trama» e negazione del racconto, di intuizione poetica e di dialettica della realtà; e, ancora, la «razionalità» estrema dell'impianto filmico e («irrazionalità» parossistica del narrato, l'ironia individuale (anche quella dell'autore) e la tragedia sociale, la «costruzione» spesso fortemente «intellettualizzata» e un «montaggio aperto» che dà spazio all'intervento interpretativo dello spettatore. [...]
(Roberto Escobar, Cineforum n. 192 - 3/1980)
 

LE FOND DE L’AIR EST ROUGE  
di
Chris, Marker;
voci: Simone Signoret, Yves Montand, François Périer, Jorge Semprun, François Maspero;
produzione: I.N.A. / Iskra / Dovidis
(Francia 1977, col., 240’)


Storia dei movimenti di sinistra nel mondo, negli anni
1967-1977; un film di montaggio (im)pertinente, lucido, filosofico che attinge a migliaia di metri di documenti appassionanti, per la maggior parte inediti.



FRONTIER BLUES (Opera prima)
Regia e sceneggiatura: Babak Jalali;
musiche: Noaz Deshe; Fotografia: Shahriar Assadi;
montaggio: Babak Jalali, Kambiz Saffari.
Interpreti: Karima Adebibe, Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi, Khajeh Araz Dordi, Behzad Shahrivari, George Hashemzadeh, Hossein Shams.
Produzione: Caspian Films
(Gran Bretagna /Iran /Italia 2009; col, 95’)

“A Gorgan – città di nascita del regista – capitale della provincia di Golestan (nel nord dell’Iran e a poche centinaia di chilometri da Teheran), una regione dai molti contrasti che presenta pianure aride ma si affaccia sul Mar Caspio, il tempo pare sospeso: Hassan vive con lo zio, proprietario di un negozio di vestiti dai pochi clienti e poca merce da esporre, dopo che la madre lo ha abbandonato per cercare il marito emigrato. Trascorre le sue giornate con un asino suonando a ripetizione con un registratore 'Tous les garçons et les filles' di Françoise Hardy. Il giovane Alam, proveniente dal vicino Turkmenistan, tenta di imparare l’inglese convinto che sia la lingua che tutti parlano a Baku, in Azerbaigian, dove medita di scappare con Ana, la donna che ama. Infine, un cantastorie di mezza età, ossessionato dal rapimento di sua moglie, avvenuto trent’anni prima, ad opera di un pastore con una Mercedes verde, diventa protagonista di un libro di fotografie. In un film in cui i personaggi femminili sono quasi totalmente assenti, ma forti presenze come simboli di un agognato futuro o di un passato da ricostruire, gli uomini sono sospesi nell’attesa di qualcosa che potrebbe accadere presto ma che probabilmente non avverrà. Il regista li ingabbia in pochi ambienti e, spesso, in inquadrature fisse come a tagliare dallo schermo la possibilità di qualsiasi strada da percorrere. Questo primo lungometraggio di Babak Jalali è un film dallo stile fortemente personale che parla di rimpianto, aspirazione e desiderio con malinconia, disincanto e ironia. Un piccolo gioiello”. (Roberto Rippa, Rapportoconfidenziale.org -Riv. digitale di cultura cinematografica, 13-08- 2009)
 
FRONTIER BLUES (First Work)
Director and Writer: Babak Jalali; Original Music by: Noaz Deshe;
Cinematography by: Shahriar Assadi; Film Editing by: Babak Jalali, Kambiz Saffari; Art Direction by: Marjan Golzar; Sound: Maziar Razaghi.
Stars: Karima Adebibe, Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi, Khajeh Araz Dordi, Behzad Shahrivari, George Hashemzadeh, Hossein Shams.
Production Companies: Caspian Films
(Iran/UK/Italy 2009; col,
95’)

Featuring a cast of non-professional actors, Frontier Blues weaves four stories all set in Iran’s northern frontier with Turkmenistan, a region known for its multi-ethnic population. Alam lives and works with his father on a chicken farm. He is teaching himself English in hopes of marrying Ana, a woman he has never met, and running away together. Hassan lives with his uncle, who owns a clothing store. An aging minstrel mourning the loss of his wife is approached by a photographer to be the subject of his next book. Told with deadpan humour, Jalali’s impressive debut provides a sweet snapshot of four men waiting to see what their futures hold.

Il regista
 Babak Jalali:
È nato nel 1978 nell’Iran del Nord. Vive a Londra dal 1986. Ha conseguito una laurea in studi sui Balcani e l’Est Europa e un Master in Politica all’Università di Londra. Ha conseguito un Master in regia alla London Film School nel 2005. Il film realizzato per la sua tesi Heydar, an Afghan in Tehran è stato presentato a sessanta festival internazionali e ha ricevuto una nomination ai premi BAFTA come miglior cortometraggio nel 2006. È stato selezionato e ha partecipato al programma Cannes Film Festival Cinefondation Residence nel 2006-2007 (session 13). Frontier Blues è il suo primo lungometraggio.


FUGHE E APPRODI - Ritorno alle Eolie tra Cinema e realtà
Soggetto e regia: Giovanna Taviani;
Musiche: Giuliano Taviani, Carmelo Travia;
Montaggio
: Benni Atria, Luca Gasparini;
Fotografia:
Duccio Cimatti, Alessandro Ghiara;
suono: Davide D'Onofrio (fonico di presa diretta);
montaggio del suono: Stefano Costantini.
Interpreti: Francesco D'Ambra
Produzione: Grazia Volpi e Lorenzo Perpignani per Kaos Cinematografica;
Distribuzione:
Cinecittà Luce.
(Italia 2010, col., 80’, documentario)
Fuori concorso alla 67 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (2010) nella sezione 'Controcampo Italiano'.

A bordo di una tartana dalla vela rossa,
Giovanna Taviani attraversa l'arcipelago delle
Isole Eolie ripercorrendo luoghi e memorie di una terra che è stata teatro di storie dolorose e misteriose ma anche location di indimenticabili pezzi della storiadel cinema...

Un viaggio su una tartana dalla vela rossa attraverso le isole Eolie, luoghi di espatri e emigrazioni tra Ottocento e Novecento, per raccontarne le fughe e gli approdi tra immaginario e realtà. Traghettatore del viaggio è Franco “Figliodoro”, un ex pescatore originario di Lipari. È lo stesso traghettatore che nel film Kaos, del 1984, accompagnava, con la sua tartana dalla vela rossa, una madre e i suoi figli in esilio verso Malta, dove andavano a raggiungere il marito fuggito alla persecuzione dei Borboni. Lo stesso marinaio che, nella sequenza finale, invitava i bambini in fuga a fare sosta nella spiaggia delle sabbie bianche. Franco Figliodoro è il tramite tra la troupe e gli abitanti di Lipari, Salina, Vulcano, Stromboli e Panarea.
Da sempre le Isole Eolie sono state terre di fughe e di approdi. Di qui fuggivano i cavatori della pomice, per difendersi dal “male di pietra”, la silicosi. Se ne andavano gli isolani di Stromboli, Salina, Panarea e Vulcano, che  emigravano per fuggire il fuoco dei loro vulcani o l’attacco della filossera sulle loro vigne, i loro capperi, il loro grano. E fuggivano i confinati politici racchiusi nel castello di Lipari, come Emilio Lussu e Carlo Rosselli che, una notte d’estate, misero in atto una delle fughe più beffarde contro  il regime fascista. Ma furono anche, queste, isole di rifugio e di approdo. Qui tornavano i novelli sposi emigrati nel mondo per conoscere le giovani mogli sposate per procura. Vi approdavano i personaggi legati alle pieghe oscure della politica in Europa, che si nascondevano ai piedi dei vulcani per cercare un nuovo modo di vivere. E vi approdavano anche i grandi maestri del cinema, che qui misero piede per accendere le loro fantasie: Roberto Rossellini (Stromboli. Terra di Dio), Michelangelo Antonioni (L’Avventura), i fratelli Taviani (Kaos), Dieterle (Vulcano), fino al Troisi di Il postino e al Moretti di Caro Diario.
Nel documentario si ripercorrono quei film e quei luoghi attraverso le testimonianze della gente che partecipò alla guerra dei due vulcani tra Ingrid Bergman e Anna Magnani; che vide Monica Vitti e Lea Massari perdersi sullo scoglio di Lisca Bianca; che aiutò Nitti e Rosselli a fuggire di notte dal porto di Marina Corta. Le storie vissute, gli esili, le partenze, gli arrivi e i ritorni, narrati direttamente dai testimoni delle isole, si confondono con le storie dei loro padri e dei loro nonni, ritratti a loro tempo nei grandi documentari di De Seta e della Panaria, che per primi misero piede su queste isole vulcaniche e ne narrarono il  fascino e l’orrore. Di volta in volta le immagini del viaggio dissolvono nelle immagini del film, in un unico impasto tra realtà e finzione, dove le storie reali anticipano le storie immaginarie e le storie immaginarie anticipano quelle reali.

Il film di Giovanna io l’ho visto subito e me ne sono innamorato: l’ho sentito chiamare documentario o film, ma per me è semplicemente un racconto per immagini, un’opera cinematografica bella che sa dire cose importanti per chi abita quelle isole e per quel pezzo di paradiso vicino a casa che non sappiamo amare abbastanza […]”. (Renzo Rossellini).

Fughe e approdi è una scommessa d’amore che dedico agli abitanti delle Isole Eolie e ai padri del cinema italiano”. (Giovanna Taviani)



FUOCO FATUO
(Le Feu follet)
R. e sc.: L. Malle, dal romanzo omonimo di Pierre Drieu La Rochelle; musica: Erik Satie.
Int.: Maurice Ronet, Jeanne Moreau, Lena Skerla, Yvonne Clech, Alexandra Stewart.
(Francia/Italia, 1963, b/n, 110', v.o. con sott. italiani)
LEONE D'ARGENTO a Venezia (1963).


Un intellettuale borghese parigino sulla trentina, rimasto un adolescente, tenta di uscire dall'alcolismo. Sembra riuscirci, ma poi l'indifferenza di amici e conoscenti incontrati durante una giornata fatidica nella capitale lo persuade che ormai è troppo tardi. Il male di vivere. "Mi uccido perché i nostri rapporti non erano giusti... Lascerò su di voi una macchia indelebile" lascia scritto su un biglietto.

"L'idea del suicidio ossessiona molte più persone di quanto si creda, un mio amico si era ucciso in circostanze analoghe; il film abborda il problema del suicidio dal punto di vista esistenziale" (Louis Malle).

"Pochi film sono struggenti come questo straordinario saggio sulla vertigine del suicidio. Attimo per attimo, assistiamo (identificandoci con lui) alla lenta decomposizione di un uomo-ombra che, guarito solo in apparenza dal vizio dell'alcool ma non dal male di non riuscire a maturare, erra per un giorno da un incontro deludente all'altro, alla ricerca di uno stimolo per non uccidersi. Le ultime ventiquattrore nella vita di un suicida [...].

Le feu follet è molto più di un (bel) film, fa parte di quelle rare opere esistenziali, sconvolgenti e necessarie che ci aiutano a capire dal di dentro il male di vivere; sarebbe piaciuto molto all'autore de Il mestiere di vivere, il suicida Cesare Pavese". (Aldo Tassone)

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