I - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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L’IMMORTELLE (t .l. L’immortale)
Regia e sceneggiatura: Alain Robbe-Grillet
Fotografia: Maurice Barry
Scenografia: Kornelios Melissos
Musica: Georges Delerue, Tashin Kavalcioglu
Montaggio: Bob Wade
Interpreti: Françoise Brion, Jacques Doniol-Valcroze, Guido Celano, Catherine Robbe-Grillet, Sezer Sezin, Ulvi Uraz Produzione: Tamara Fims, Como Films, Cocinor (Paris), Dino De Laurentiis Cinematografica (Roma)(Francia/Italia/Turchia 1963, b/n, 90’)

Un professore di liceo, voce narrante del film, incontra ad Istanbul una donna con la quale ha una relazione, forse sado-maso. La donna che si accompagna con un altro uomo e due grossi cani al guinzaglio all’improvviso scompare. Quando il professore dopo averla tanto cercata invano finalmente la ritrova la donna muore in un incidente stradale. Il professore si procura allora una macchina simile e muore mentre cerca di riprodurre l’incidente. Rivediamo la donna immobile, a poppa di un battello, che attraversa il Bosforo… 

Ne L’immortelle Robbe-Grillet dispiega tutta la filosofia del nouveau-roman, allestendo un film refrattario a qualunque sforzo esegetico proprio per l’assenza di una trama canonicamente intesa alla quale, nel suo procedere non-narrativo (nel quale opera un distaccamento dei personaggi e degli oggetti da quella funzione d’uso narrativa, che normalmente hanno in un film, compiendo un’operazione analoga ai ready-made di Duchamp) il regista sopperisce con degli stilemi narrativi generici: la ricerca (quest) del narratore per un amore mitico, il triangolo amoroso squisitamente borghese (è già presente in Marienbad), l’esotismo dell’ambientazione. Su questi stilemi Robbe-Grillet innesta la sua poetica: la ricerca del narratore sarà vana perché compie l’errore di identificare la donna amata con l’immagine-oggetto che ne ha (è questo il senso, forse, dell’immobilità della donna e della sua ricomparsa alla fine del film).
 
«Si capisce che questi tre rimproveri non ne costituiscono, in fondo, che uno solo: la struttura del film non ci fornisce abbastanza fiducia sulla verità oggettiva delle cose. Due osservazioni, a questo proposito, si impongono. Da una parte, Istanbul è una vera città, ed è proprio essa che si vede da un’estremità all’altra della proiezione; allo stesso modo la protagonista è incarnata sullo schermo da una vera donna. Dall’altra parte, per quel che riguarda la storia, è evidente che è falsa: né l’attore né l’attrice sono morti nel corso delle riprese, né il cane. Quello che depista gli spettatori appassionati di “realismo” è che non si cerca più qui di far loro credere a niente - io direi quasi: al contrario… Il vero, il falso, e il fare credere sono diventati più o meno il soggetto di tutte le opere moderne; essi, invece di pretendere (far finta) di essere uno spezzone di realtà, si sviluppano in qualità di riflessione sulla realtà (…)». (Temp et description dans le récit d’aujourd’hui in Alain Robbe-Grillet Pour un nouveau roman p. 129, Les éditions de minuit, Paris 1986) 







L'INDE FANTÔME: RÉFLECTIONS SUR UN VOYAGE
(episodi I e III)
R.: L. Malle. Fot.: Étienne Becker, L. Malle.
(Francia, 1969, col, 108')
La serie televisiva (sette episodi) è stata trasmessa in Francia nel 1969.

I. Discesa verso il sud (La cinepresa impossibile). Lasciata Calcutta, il regista scende verso Goa.
III. Gli indiani e il sacro. Gli dei, i riti, le sette. Un tuffo vertiginoso nei misteri dell'india. Un monumento elevato al "cinema diretto".


I FIGLI DELLA VIOLENZA (Los olvidados)
Regia: Luis Buñuel;
Soggetto e sceneggiatura: L. Buñuel, Luis Alcoriza
Fotografia: Gabriel Figueroa
Musiche: Gustavo Pittaluga, Rodolfo Halffter
Montaggio: Carlos Savage
Scenografia: Edward Fitzgerald
Interpreti: Estela Inda, Miguel Inclán, Alfonso Meija, Roberto Cobo, Alma Delia Fuentes, Mario Ramirez, Produzione: Ultramar (Messico)
(Messico 1950, b/n, 88’, vers. italiana)
Premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes 1951 




Non erano ancora conosciuti come “ninos de rua”, ma sono gli stessi ragazzi abbandonati che vivono nei sobborghi delle grandi città. Città del Messico: Jaibo, appena uscito dal riformatorio, costringe Pedro, vittima predestinata, a una serie di azioni brutali. C’è il tradimento, l’omicidio, la violenza, ma soprattutto c’è la miseria e la bestialità in cui questi ragazzi vivono. E’ una realtà governata dal destino dove i cattivi non sono cattivi, ma si trovano solo dalla parte sbagliata; una realtà alla quale non si sfugge se non attraverso il sogno o la morte, elementi sempre presenti nella cinematografia di Buñuel. (da http://ilmessaggero.bol.it)



IN THE ASHES OF THE FOREST (Nelle ceneri della foresta)
di Adrian Cowell
(Gran Bretagna 1990, parte I, 55' e parte II, 57', v.o. inglese)
Premiato al San Francisco International Film Festival (Special Jury Award),
e all'American Film & Video Festival, (Blue Ribbon)
Altri awards: Gold Apple, National Educational Film & Video Festival.

The Decade of Destruction
(Il decennio della distruzione)
(serie)

Part 1

Saga di due coloni della foresta pluviale amazzonica
(Gran Bretagna 1990, 55 min.)
Diretto da Adrian Cowell
Prodotto da Adrian Cowell

Il primo film segue la saga di due coloni, Chico e Renato, e di una tribù di Indios di cui prima d'ora non si era a conoscenza: gli Uru Eu Wau Wau. Renato è un contadino senza terra, attirato nella foresta pluviale con la promessa di ottenere un terreno gratuito e abbondanti raccolti. L'uomo e i suoi vicini abbattono gli alberi e bruciano la foresta per disboscare la terra, scoprendo infine che il suolo è così arido che le loro colture non daranno mai frutti. Per vendicarsi delle incursioni dei coloni gli Indios rapiscono il figlio di sette anni di Chico. Quando la famiglia del piccolo si mette sulle tracce dei rapitori il governo cerca di riconciliarsi con gli Indios. Dopo dieci anni il destino del figlio di Chico è servito di lezione: un'epidemia ha decimato le tribù indios e le fattorie dei coloni sono fallite. Inoltre più del 15% della foresta è andato distrutto.

Part 2
Conclude la saga dei coloni dell’Amazzonia
(Gran Bretagna 1990, 57 min.)
Diretto da Adrian Cowell
Prodotto da Adrian Cowell Il primo film segue la saga di due coloni, Chico e Renato, e di una tribù di Indios di cui prima d’ora non si era a conoscenza: gli Uru Eu Wau Wau. Renato è un contadino senza terra, attirato nella foresta pluviale con la promessa di ottenere un terreno gratuito e abbondanti raccolti. L’uomo e i suoi vicini abbattono gli alberi e bruciano la foresta per disboscare la terra, scoprendo infine che il suolo è così arido che le loro colture non daranno mai frutti. Per vendicarsi delle incursioni dei coloni gli Indios rapiscono il figlio di sette anni di Chico. Quando la famiglia del piccolo si mette sulle tracce dei rapitori il governo cerca di riconciliarsi con gli Indios. Dopo dieci anni il destino del figlio di Chico è servito di lezione: un’epidemia ha decimato le tribù indios e le fattorie dei coloni sono fallite. Inoltre più del 15% della foresta è andato distrutto.

Altri titoli della serie sono:
Nelle ceneri della foresta –Parte 2- conclude la saga dei coloni dell’Amazzonia.
Uccidere per la terra- gli occupatori di terre abusivi si scontrano con i terroristi assoldati dai proprietari terrieri assenteisti dell’Amazzonia.
Montagne d’oro- l’industria mineraria dell’oro in Amazzonia costituisce un giro d’affari sporco e pericoloso. L’assassinio di Chico Mendes- La storia del paladino della foresta amazzonica Chico Mendes, che termina con il suo assassinio nel 1988.





Io e il vento (Une histoire de vent)
Regia: Joris Ivens
Sceneggiatura: Joris Ivens, Marceline Loridan Ivens
Musiche: Michel Portal
Direttore della fotografia: Thierry Abrogast, Jacques Loiseleux
Montaggio: Geneviève Louveau
Interpreti: Joris Ivens, Han Zenxiang, Wang Delong, Liu Zhuang, Wang Hong, Fu Dalin
Produttori: Marin Karmitz
Suono: Dominique Vieillard
(Francia 1988, 80', versione italiana)

L'ultimo film di Joris Ivens, scritto con Marceline Loridan, offre una descrizione testamentaria di tutta la sua vitae dei cambiamenti del mondo. Dopo Pour le mistral (1965) questo è il secondo tentativo di filmare l'invisibile: il vento. Girato in Cina, gli autori hanno cercato di catturare il vento come fenomeno naturale, come metafora del costante cambiamento nella Cultura e nella Società. Nel 1988 il film è stato premiato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dove Ivens ha ricevuto il Leone d'Oro alla Carriera.

"Con Une histoire de vent, l'ormai anziano cineasta sicuramente non aderisce alla classica distinzione della metafisica tra naturale e sovrannaturale. Al contrario, nel loro film, Ivens e Loridan focalizzano la loro attenzione sull'antico pensiero cinese, profondamente radicato in quella civiltà dell'estremo oriente fin dalle origini. Questa civiltà pratica un pensiero metafisico ispirato all'intensa sorpresa data dalla presenza e dal senso del vento. Una colonna portante del pensiero e della cultura cinesi (è il più antico documento sul pensiero filosofico conosciuto all'uomo), è il Libro degli oracoli, anche detto Yiing o Il Libro dei Cambiamenti, scritto ca. nel 3000 a.C.. Tale consapevolezza ricorre chiaramente in tutte le scuole di filosofia cinese.
In Une histoire de vent la parola "metafisico" indica la natura dell'esperienza penetrante che arriva all'essenza quando la forza della realtà sprigionata dal vento tocca gli uomini e li spinge al movimento. Con il compasso della sua macchina da presa, che segue il movimento della realtà, Joris Ivens accompagna questa intuizione metafisica. Non è sicuramente una coincidenza che la scena fondamentale di Une histoire de vent presenti una guardia cinese nell'atto di aprire la cassa in cui è rinchiusa la maschera del vento. Il vento simboleggia la chiave che Ivens ha cercato per tutta la sua vita".
(tratto da Sylvain de Bleeckere, The Metaphysical key to the wind. On Une Histoire de Vent, Kampen, Kok, 1997, pp. 1-2)



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