M - Schede film
Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico
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Les maîtres fous
(I maestri folli) di Jean Rouch
Suono: Damouré Zika; montaggio: Suzanne Baron.
(Francia 1955, 30’, v.o. francese)
Gran premio della Biennale del Cinema di Venezia, 1957
Rouch filma una cerimonia della setta Hauka, nata negli anni Venti in Nigeria. I membri della confraternita, generalmente degli immigrati nigeriani provenienti da villaggi rurali, sono posseduti dagli spiriti degli amministratori coloniali ed imitano l’uomo bianco e la sua donna. Lo spettacolo è esotico e fascinoso e interessante è l’analisi marxista di Rouch, ma ancora più notevole è il quadro efficace dei “rituali alterati” che il film ci restituisce.
L’imagery dei Maîtres fous è potente e spesso disturbante: agli uomini posseduti roteano gli occhi e la loro bocca si riempie di schiuma; un cane viene sacrificato; i posseduti leccano il suo sangue, poi lo bollono, lo mangiano, in violazione di un tabù e con delle specie di torce si bruciano i corpi.
L’opera di Jean Genet, Les Noirs, fu modellata sull’invenzione Hauka nella quale i neri assumono il ruolo dei padroni e il Marat/Sade di Peter Brook fu influenzato dalla teatralità e dal linguaggio inventato della possessione Hauka (anche se in un’intervista Rouch aveva ricordato che per i seguaci della setta non si trattava di teatro ma di realtà).
Gabriella Riccio, Mensch-uber Schonheit, 15'10", coreografia di Gabriella Riccio
la bellezza può apparire in qualsiasi momento date le giuste circostanze, contesto o punto di vista
Mensch - in tedesco Persona - è un lavoro sul tema della Bellezza. Due a solo ed un duo si giustappongono tra loro. Tre spazi abitati da tre atmosfere, tre modalità che esprimono tre aspetti fondamentali della Bellezza, tutte con il comune denominatore del femminile, dell' essere umano, della persona. Come i movimenti dei danzatori attraversano il tempo e lo spazio, così il pubblico è invitato a muoversi intorno ai danzatori. Attraversare come un flusso le tre atmosfere, lasciarsi muovere emozionalmente dalla giustapposizione delle tre modalità. In Mensch ogni attimo scorre per non restare attraverso il preziosissimo lavoro di composizione istantanea del danzatore interprete. I tre interventi danzati si offrono allo sguardo dello spettatore come opere, una galleria di corpi e di movimenti. Il momento, l'immediatezza, la sincronicità diventano valore. "Mensch è come un manifesto della mia idea di arte: bellezza = presenza = permeabilità = esposizione = fragilità = coraggio = rischio = scambio" [gabriella riccio] . L' "a solo" danzato da Sonia Di Gennaro è ispirato alla bellezza esibita, come percepita da J. Baudrillard, la concezione del corpo contemporaneo come corpo macchina, corpo oggettivato, corpo plastificato, irraggiungibile, intoccabile, esibito. Un movimento pubblico, logico e razionale, modulare, progressivo, simmetrico, materiale, dove i sensi sono ignorati.
Moi, un noir
(Francia 1958, 73', v.o. francese, con sottotitoli italiani) Prix Louis Delluc, Francia, 1959Regia: Jean Rouch
Fotografia : Jean Rouch
Produzione : Pierre Braunberger, Les Films de la Pléiade
Montaggio : Marie-Josèphe Yoyotte, Catherine Dourgnon
Musica : Yopi Joseph DegréInterpreti : Oumarou Ganda, Petit Touré, Alassane Maiga, Amadou Demba, Seydon Guede, Karidyo Faoudou, M.lle Gambid
MOI, UN NOIR (Io, un nero)
(Francia 1958, 73 min.)
Un gruppo di giovani del Niger, lasciate le terre dell'interno, si trasferisce in Costa d'Avorio per cercare lavoro. Capitati ad Abidjan, nel popolare quartiere di Treichville, a confronto con la civiltà moderna, sentono la perdita delle proprie radici. Il protagonista, che si fa chiamare Edward G. Robinson, in onore dell'attore americano, racconta la sua storia. Anche i suoi amici hanno assunto, come lui, degli pseudonimi destinati a delineare loro una personalità ideale. Lo sguardo di Rouch entra nelle loro vite confondendo il piano della finzione con quello della realtà, giocando sulla dialettica che si instaura tra individuo reale e personaggio interpretato.
Con Moi, un noir Jean Rouch aggiunge un terzo episodio al suo immenso trittico nigeriano. Gli altri due erano costituiti da Jaguar e Les fils de l'eau, composto da una serie di cortometraggi etnologici, che vanno da La Circoncision a Les maitres fous. Come Les cousins è il contrario di Le beau Serge, così in Moi, un noir Jean Rouch racconta una storia opposta a quella di Jaguar.
L’imagery dei Maîtres fous è potente e spesso disturbante: agli uomini posseduti roteano gli occhi e la loro bocca si riempie di schiuma; un cane viene sacrificato; i posseduti leccano il suo sangue, poi lo bollono, lo mangiano, in violazione di un tabù e con delle specie di torce si bruciano i corpi.
L’opera di Jean Genet, Les Noirs, fu modellata sull’invenzione Hauka nella quale i neri assumono il ruolo dei padroni e il Marat/Sade di Peter Brook fu influenzato dalla teatralità e dal linguaggio inventato della possessione Hauka (anche se in un’intervista Rouch aveva ricordato che per i seguaci della setta non si trattava di teatro ma di realtà).
Gabriella Riccio, Mensch-uber Schonheit, 15'10", coreografia di Gabriella Riccio
la bellezza può apparire in qualsiasi momento date le giuste circostanze, contesto o punto di vista
Mensch - in tedesco Persona - è un lavoro sul tema della Bellezza. Due a solo ed un duo si giustappongono tra loro. Tre spazi abitati da tre atmosfere, tre modalità che esprimono tre aspetti fondamentali della Bellezza, tutte con il comune denominatore del femminile, dell' essere umano, della persona. Come i movimenti dei danzatori attraversano il tempo e lo spazio, così il pubblico è invitato a muoversi intorno ai danzatori. Attraversare come un flusso le tre atmosfere, lasciarsi muovere emozionalmente dalla giustapposizione delle tre modalità. In Mensch ogni attimo scorre per non restare attraverso il preziosissimo lavoro di composizione istantanea del danzatore interprete. I tre interventi danzati si offrono allo sguardo dello spettatore come opere, una galleria di corpi e di movimenti. Il momento, l'immediatezza, la sincronicità diventano valore. "Mensch è come un manifesto della mia idea di arte: bellezza = presenza = permeabilità = esposizione = fragilità = coraggio = rischio = scambio" [gabriella riccio] . L' "a solo" danzato da Sonia Di Gennaro è ispirato alla bellezza esibita, come percepita da J. Baudrillard, la concezione del corpo contemporaneo come corpo macchina, corpo oggettivato, corpo plastificato, irraggiungibile, intoccabile, esibito. Un movimento pubblico, logico e razionale, modulare, progressivo, simmetrico, materiale, dove i sensi sono ignorati.
Moi, un noir
(Francia 1958, 73', v.o. francese, con sottotitoli italiani) Prix Louis Delluc, Francia, 1959Regia: Jean Rouch
Fotografia : Jean Rouch
Produzione : Pierre Braunberger, Les Films de la Pléiade
Montaggio : Marie-Josèphe Yoyotte, Catherine Dourgnon
Musica : Yopi Joseph DegréInterpreti : Oumarou Ganda, Petit Touré, Alassane Maiga, Amadou Demba, Seydon Guede, Karidyo Faoudou, M.lle Gambid
MOI, UN NOIR (Io, un nero)
(Francia 1958, 73 min.)
Un gruppo di giovani del Niger, lasciate le terre dell'interno, si trasferisce in Costa d'Avorio per cercare lavoro. Capitati ad Abidjan, nel popolare quartiere di Treichville, a confronto con la civiltà moderna, sentono la perdita delle proprie radici. Il protagonista, che si fa chiamare Edward G. Robinson, in onore dell'attore americano, racconta la sua storia. Anche i suoi amici hanno assunto, come lui, degli pseudonimi destinati a delineare loro una personalità ideale. Lo sguardo di Rouch entra nelle loro vite confondendo il piano della finzione con quello della realtà, giocando sulla dialettica che si instaura tra individuo reale e personaggio interpretato.
Con Moi, un noir Jean Rouch aggiunge un terzo episodio al suo immenso trittico nigeriano. Gli altri due erano costituiti da Jaguar e Les fils de l'eau, composto da una serie di cortometraggi etnologici, che vanno da La Circoncision a Les maitres fous. Come Les cousins è il contrario di Le beau Serge, così in Moi, un noir Jean Rouch racconta una storia opposta a quella di Jaguar.

