N - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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NACH DEM FALL (After the Fall)
di Eric Black  Frauke Sandig; fotografia: Eric Black; montaggio: Inge Schneider (Germania, 1999, 85’) documentario - v. o. con sott. italiani
 

Il regista traccia un bilancio amaro della riunificazione tedesca dopo il crollo del muro di Berlino.


NANUK L'ESCHIMESE (Nanook from the North)
Regia: Robert Flaherty
Sceneggiatura:  Robert Flaherty
Fotografia: Robert Flaherty
Montaggio: Robert Flaherty
Musiche: Stanley Silverman
Interpreti: Allakarialuk e gli abitanti del villaggio di Port Harrison
(USA 1922, 55', versione con didascalie italiane)

La vita di una famiglia eschimese, formata da Nanuk, dalla moglie Nyla e dai loro figli, seguita nella dura vita quotidiana, da un'estate all'inverno successivo, in un villaggio nei pressi della Baia di Hudson. Nanook of the North (Nanuk l'eschimese), primo fondamentale esempio di cinema documentario capace di raggiungere un successo mondiale, fu girato dall'esploratore Robert Flaherty in due lunghi anni di pellegrinaggio nel Circolo Polare Artico a temperature proibitive.
A metà tra il film antropologico e il documentario didattico, Flaherty "riesce a regalare la descrizione di una società alternativa alla nostra, tanto affascinante e complessa da non doversi piegare di fronte a nessuno, una civiltà con tecniche proprie, come la costruzione di un igloo, oppure il loro modo per ripararsi dalla tempesta..."
Nel 1994 il regista Claude Massot ha girato il film Kabloonak, che racconta le vicende delle riprese di Nanuk e le relazioni di amicizia che nacquero tra il regista americano, Nanook e gli Eschimesi Inuit.

Note:
Video accettabile, inferiore ma non di molto all'edizione principe americana della Criterion. La versione presentata è quella restaurata del 1998
Accettabile anche l'audio che è stato aggiunto successivamente: la prima proiezione era muta, con musica in sala. Quella presentata contiene la colonna composta da Stanley Silverman nel 1975
Extra solo testuali, faticosi da leggere, ma comunque un inizio per avvicinarsi a Flaherty.
Insieme a Nanuk la Ermiitage ha deciso di promuovere il documentario inserendo il bel Documentario "Ottobre 2004-Gennaio 2005: lo stato delle cose" di Roberto Quarta, vincitore del concorso "Visioni Ambientali 2005" organizzato dalla Cineteca di Bologna.

Il film è stato restaurato prima dalla United Artist con una versione di 50 minuti nel 1946. Poi è stata curata una versione di 78 minuti con la musica di Silverman nel 1975, e infine esiste un restauro del 1998 con musiche di Timothy Brock

NAQOYQATSI

di Godfrey Reggio
musica: Philip Glass; fotografia: Russell Lee Fine.
prodotto da Steven Sodebergh.
(USA 2002, 89’, v.o. inglese, con sottotitoli italiani)

Na-qoy-qatsi: (nah koy' il kahtsee) dalla Lingua Hopi:
- “A life of killing each other - Una vita per uccidersi l'un l'altro”
- “War as a way of life - Guerra come un modo di vita”.

Naqoyqatsi fa la cronaca dell'evento più significativo degli ultimi cinquemila anni: la transizione dall'ambiente naturale, la vecchia natura, alla "nuova" natura l'ambiente tecnologico.
La vecchia "natura" ha mantenuto l'unità della Terra attraverso il mistero della diversità. La "nuova" natura realizza questa unità attraverso il potere terrificante dell'omogenizzazione tecnologica.
Naqoyqatsi è una riflessione su questo evento singolare, dove è il medium stesso, il paese delle meraviglie della tecnologia, il nostro soggetto. Il medium è la nostra storia. In questo scenario gli esseri umani non usano la tecnologia come uno strumento (dal punto di vista popolare), ma piuttosto noi viviamo la tecnologia come un modo di vita.
La tecnologia è la grande forza e come l'«ossigeno», è sempre là, una necessità senza la quale noi non possiamo vivere. Perché il suo appetito conveniente e illimitato,
sta consumando il mondo limitato della natura. È in questo senso che la tecnologia è Naqoyqatsi, un'aggressione sancita contro la forza della vita stessa - guerra oltre le guerre dei campi di battaglia.
Naqoyqatsi ci fa affrontare un viaggio epico in una terra che non è in nessun luogo, eppure dovunque; la terra dove l'immagine stessa è la nostra ubicazione, dove il vero cede il passo al virtuale. Mentre il vecchio dio è detronizzato, un pantheon nuovo di luce appare nel circuito integrato del computer. La sua verità, diviene la verità.

Promessa e spettacolo estremi, tragedia e sorprendente speranza fuse in un’ondata digitale di immagini e musica. In un poetico nanosecondo, NAQOYQATSI dà espressione all'avvento di un nuovo mondo, un mondo nuovo qui. (trad. da www. Koyaanisqatsi.org).
L'opera chiude la trilogia di Qatsi.



LE NAVI AVVELENATE
Regia, sceneggiatura e fotografia: Vincenzo Pergolizzi
Montaggio: Dario Collina
Produzione: Gàlata Produzioni Culturali
(Italia/Turchia 2005, 30', v.o. italiana)

PREMI, MENZIONI E SELEZIONI
  • 1. Premio al Festival internationale "Green Vision" 2005 di S.Petersburg
    "For the courage in making an environmental film"
  • 2.Gran Premio "Grand Olive" per la sezione "Ecologia"
    al Montenegro International Film Festival 2005
  • 3.Primo premio all' International Environmental Film Festival in Bulgaria 2006
  • 4.Primo premio al miglior documentario italiano sull'ambiente al Festival "Cinemambiente"
    - Torino 2006.
  • 5.Premio "L'anello debole" 2005 all'autore tv contro l'esclusione sociale
  • 6. Menzione speciale della giuria di Legambiente al Festival "Cinemambiente" - Torino 2006
  • 7.Menzione Speciale al Festival "Visioni Italiane" di Bologna 2005
  • 8.Premio "Per il messaggio naturalistico"alla Rassegna internazionale sull'ambiente
    "Miti Riflessi" -Catania 2005
  • 9.Menzione speciale al Festival "Nonsolobarocco" 2007
  • Finalist a al Mediterranean Environmental Award 2006
  • Finalist a al "Premis Actuals"2005 di Barcelona
  • Finalist a all' Ecovision Festival di Catalogna 2006.
  • Finalist a al "Prix Europa" 2005 - Berlino
  • Finalist a all' Ecovision Festival di Rodi 2006.
  • Selezionato all' Ecovision Festival di Palermo 2006.
  • Selezionato a "Imagen del Sur Festival" - Spagna 2006.
Un porticciolo dell'Egeo si è tramutato, ormai da un quarto di secolo, nel più grande centro del Mediterraneo di demolizioni di vecchie navi occidentali. Le demolizioni a buon prezzo sono prive delle minime prevenzioni per operai e ambiente. Quasi mille uomini lavorano i più diversi materiali tossici senza nessuna protezione, arrivando da villaggi lontani anche 1400 chilometri. Le diciotto società di demolizione li assumono come stagionali, dai 3 ai 6 mesi: l'amianto respirato farà effetto dopo qualche anno. Una storia che documenta aspetti, vicende e momenti di vita nel Mediterraneo europeo da non dimenticare.

Vincenzo Pergolizzi nel 1992 si trasferisce a Istanbul come docente e giornalista. Inizia da lì la sua collaborazione con diverse e importanti testate giornalistiche. In Turchia scopre la passione per la ripresa audiovisiva: collabora prima con la Televisione e la Radio svizzera italiana, poi con la Rai, vincendo numerosi premi con i suoi lavori tra cui ricordiamo Vita da profughi (2000), Ladri di organi (2002), Nomadelfia (2003), Beyoglu, dopo le esplosioni (2004), Mamma li turchi (2004), Nsehlenet: sei momenti di incontro (2005), Voci di parroci in Turchia (2006).

"La storia di Le navi avvelenate è in realtà la storia di una grande metafora dell'Europa, un'Europa ancora incompiuta e monca. Una storia realizzata grazie all'aiuto di gente onesta di diversi paesi. Una storia che per decenni resterà attuale: le sue conseguenze, anche se presto dimenticate, dureranno ancora a lungo".

mailto:vincenzopergolizzi@yahoo.it


NAZARIN di Luis Buñuel;
dal romanzo omonimo (1895) di Benito Pérez Galdos;
sceneg.: L. Buñuel, Julio Alejandro, Emilio Corballido;
con Francisco Rabal, Marga Lopez, Rita Macedo, Ignacio Lopez Tarso, Ofelia Guilmáin, Luis Aceves Castañeda, Rosenda Monteros, Noè Murayama (Messico 1958, b/n, 96’, versione italiana) 

Nazarin è un prete che vive la sua missione con umiltà tra i poveri. A modo suo, è un profeta, un idealista che cerca di realizzare in terra l'ideale di bontà e di carità di Cristo...

“In questo film, al solito, Luis Buñuel si rivela un regista diabolicamente estroso che mentre affonda le radici nella tradizione culturale e figurativa spagnola (si pensa spesso a Velázquez, a Murillo, a Goya), al tempo stesso sa riflettere con lucidità sulle cose del mondo moderno. […] Luis Buñuel, pur essendo costituzionalmente cattolico, ha saputo “vivere” e decantare il suo cattolicesimo come esperienza attuale, fino a farlo diventare elemento culturale, piega psicologica, secrezione sociale. [...] Nazarin è un film assai notevole e singolare dal punto di vista formale. Buñuel vi recupera il verismo della fine del secolo; ma lo sforza fino a sfiorare il surrealismo. Un surrealismo che, come si è detto, risale non tanto a Breton, quanto a Goya. La figura di Nazarin è simile a quella di un santo spagnolo soave e ispirato della controriforma; intorno al quale il pittore si è sbizzarrito in cento episodi minori talvolta del tutto esterni alla vicenda, come per esempio quello del nano innamorato della prostituta. L’idea, però, è pur sempre quella di certi grandi affreschi religiosi: una figura ideale e idealizzata (quella di Nazarin, interpretata con grande naturalezza ed efficacia da Francisco Rabal) e tutt’intorno una folla di mostri, di indemoniati e di tiranni. (Alberto Moravia, da Al cinema, Bompiani, Milano, 1975)

NON TACERE/DON ROBERTO E LA SCUOLA 725
di Fabio Grimaldi, con Roberto Don Sardelli
sceneggiatura.: F. Grimaldi, Manuela Tempesta, Cosimo Calamini;
musiche: Umberto Sangiovanni;
fotografia: Antonio Covato
montaggio: Tommaso Valente, Luca Morazzano;
Produzione: F. Grimaldi, Alessandro Bonifazi, Bruno Tribbioli per Blue Film, Depp
(Italia 2007, 60’)
Premio per il Miglior documentario al 16° Arcipelago Film Festival
Vincitore della II edizione del Visioni Fuori raccordo Film Festival - sezione Periferie Romane.
Selezionato al 61° Salerno Film Festival.
Nomination per miglior documentario 2009 al David di Donatello

Il documentario che racconta la vicenda di Don Roberto Sardelli e della scuola 725 che egli fondò nel 1968 a Roma tra i baraccati dell’Acquedotto Felice, in un ghetto di emarginazione e profondo disagio dove Don Roberto, andò a vivere condividendo i problemi e le speranze, di quella gente. Dopo circa 35 anni Don Roberto incontra i suoi ex allievi e insieme, come avevano fatto negli anni settanta, scrivono una lettera alle autorità per denunciare le nuove povertà e le nuove ingiustizie della città di Roma…

    



IL NUOVO MONDO (The New World)
Regia e sceneggiatura: Terrence Malick
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Scenografia: Jack Fisk
Costumi: Jacqueline West
Musica: James Horner
Montaggio: Richard Chew, Hank Corwin, Saar KleinMark Yoshikawa
Interpreti: Colin Farrel (John Smith), Q’Orianka Kilcher (Pochaontas), Christian Bale (John Rolfe), Christofer Plummer (Capitano Newport), Ben Mendelson (Ben)
Distribuzione cinematografica: Eagle Pictures
(USA 2005, 135’, versione italiana)

Nel 1607 tre navi inglesi attraversano l’Oceano Atlantico approdando sulle rive del Fiume James, in Virginia, dove fondano la colonia di Jamestown. A capo della spedizione è il capitano John Smith che, dopo aver stretto legami con gli indiani locali, incontra la principessa Pochaontas e se ne innamora, dando inizio ad una relazione che porterà la ragazza all’esilio dal suo popolo. Al ritorno del capitano in Inghilterra, distrutta dall’improvvisa partenza, la principessa è costretta ad adeguarsi alla vita dei coloni, che recidono completamente i suoi legami con il mondo in cui è cresciuta. Ma le premure dell’aristocratico John Rolfe le restituiscono fiducia ed energia, introducendola ad una nuova vita.

Il texano Terrence Malick (“La rabbia giovane”, “I giorni del cielo”, “La sottile linea rossa”), attraverso soli 4 film in 33 anni di attività, è stato in grado di arricchire il linguaggio cinematografico di nuovi codici e nuove simbologie, sovvertendo tanto il ruolo del parlato quanto quello delle immagini. La forma ricercata e complessa dei suoi lavori impone allo spettatore un’attenzione costante, difficoltosa, necessaria ad accogliere una prospettiva obliqua che si apre e si chiude nell’introspezione. Questa è data in primo luogo dall’uso peculiare delle voci off.
 
The New World costituisce un capitolo spiazzante e controverso nella breve filmografia di Malick. Lento, interminabile, di maniera, tortuoso nella forma e nel contenuto. Complicato dal ruolo totalitario delle tre voci che impongono sulla realtà osservata tre prospettive diverse e antitetiche. Un’ambiziosa stravaganza di stile, il capolavoro di Malick si mostra infine per ciò che è: una ricerca elegiaca della purezza tessuta dalla vitalità dei dettagli; un atto di ribellione verso i canoni della rappresentazione classica. Il regista lavora per ellissi: le antinomie del paesaggio si associano ai mutamenti diegetici nell’identità della principessa, raccontando il deterioramento di una terra vergine soltanto attraverso la sottomissione della sua coscienza. Sullo sfondo qualcuno abbatte alberi ed edifica alloggi, ma in brevi sequenze. Al contrario, lo sguardo indugia in primo piano su un’identità gradualmente annullata dall’oppressione espansionistica, trasformata in qualcosa che la vita aveva destinato ad altro. Lo scenario cambia, e con esso il rapporto tra gli uomini e il nuovo mondo. In tale ottica, anche la storia d’amore tra John Smith e Pochaontas- mai chiamata per nome- appare un pretesto per sottolineare un ineluttabile distacco tra due culture. Se Colin Farrell e Bale regalano due personaggi di spessore, costretti dalla limitatezza dei dialoghi a marcarne la fisicità, la quindicenne Q’Orianka Kilcher è una rivelazione che sovrasta entrambi: fulgida, trattenuta in una bellezza acerba, la giovane attrice incarna l’innocenza della principessa indiana in tutte le sfumature che ne attraversano lo sguardo, fissando in volto il candore delle sue passioni e la sua inadeguatezza ad un’esistenza che non le appartiene. Contraddittoria, come il cinema vasto e inafferrabile di Malick.

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