P - Schede film

Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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LES PARAPLUIES DE CHERBOURG (id.)
Regia e Sceneggiatura: Jacques Demy
Fotografia: Jean Rabier
Scenografia: Bernard Evein
Costumi: Jacquline Moreau
Musica: Michel Legrand
Montaggio: Anne-Marie Cotret
Interpreti: Catherine Deneuve, Nino Castelnuovo, Anne Vernon, Marc Michel, Ellen Farner, Mireille Perrey
Produzione: Mag Bodard per Parc Film(Francia/Germania 1964, col., 91’) vers. italiana 

Cherbourg 1957. Geneviève è fidanzata col garagista Guy del quale rimane incinta subito prima che il ragazzo parta per la guerra d’Algeria. Guy dà sempre meno notizie di sé dal fronte e Geneviève, pressata dalla madre sposa Roland Cassard, disposto a riconoscere come suo il figlio di Guy. Finita la guerra Guy ritorna a Cherbourg, ferito ad una gamba. Geneviève e la madre non vivono più in città, ma lui non le cerca. Con i soldi lasciatigli in eredità dalla nonna rileva una stazione di servizio e sposa Madelaine, da sempre innamorata di lui. Anni dopo alla pompa di benzina giunge una rossa mercedes. A bordo c’è Geneviève, con loro figlia, ma Guy e Geneviève non si dicono nulla.
 

Primo film
en-chantè (“in cantato”, come si potrebbe dire “a colori”, “in cinemascope”, etc.) i dialoghi essendo completamente cantati (ma gli attori sono doppiati da cantanti) nel quale Demy, grazie al genio musicale di Michel Legrand, che compone una partitura musicale che permette la massima comprensibilità delle parole, compie un perfetto capovolgimento del melodramma e del musical: non arie e canzoni che esprimono stati d’animo e commentano le situazioni sviluppate narrativamente dai recitativi o dai dialoghi, ma un film la cui trama squisitamente melò viene cantata, sillaba dopo sillaba, come se il canto fosse la maniera consueta di comunicare tra esseri umani. Se nei film precedenti Demy aveva imbastito trame dal classico lieto fine delle commedie musicali americane, ne’ Le parapluies il finale è pessimista e straziante: il grande amore che legava Geneviève e Guy soccombe dinanzi alle convenienze (piccolo) borghesi della società francese degli anni ’50.



PICKPOCKET
(
Diario di un ladro)
Regia: Robert Bresson
Sceneggiatura:
Robert Bresson
Fotografia:
Leonce-Henri Burel
Musiche:
dall'Opera "Atys" di Jean-Baptiste Lully
Montaggio:
Raymond Lamy
Scenografia:
Pierre Charbonnier
Effetti:
Lax Lab
Interpreti:
Martin Lasalle, Marika Green, Pierre Leymarie, Jean Pélégri, Dolly Scal, Kassagi, Pierre Étaix, Cesar Gattegno
Produzione:
Agnes Delahaie per CCF
(Francia 1959, b/n, 75’, versione italiana)


Michel, è orgogliosamente convinto di essere al di sopra della giustizia e del resto dell'umanità. Diventa borsaiolo di professione e insieme a due complici frequenta luoghi affollati, come l'ippodromo e la stazione, dove compie i furti. Incurante dei consigli dei suoi amici Jeanne e Jacques, viene arrestato. Quando Jeanne va a trovarlo in carcere, Michel si rende conto di amarla…

“Considero l’uscita di Pickpocket una delle quattro o cinque date della storia del cinema … Quello che, alla fine, il film ci restituisce non è un universo falso ma corretto, rettificato, originale, da cui sono assenti il convenzionale del gesto “giusto”, della voce “giusta”, la convenzione teatrale. […]
Il ladro (siete voi, sono io) è nelle mani di Dio (poliziotto dallo sguardo indulgente o terribile) ma lui si rivolta: peccato supremo. È protetto male dal suo angelo custode (l’amico stupido), di caduta in caduta, la grazia divina cammina in lui prendendo l’aspetto di una giovane donna sciocca all’inizio, che si rivelerà poi sublime. Usando queste semplici chiavi il film si ordina davanti ai vostri occhi come un quadro di Giotto o una cantata di Bach. L’arte di Bresson ha una forza naïve, il candore nascosto,
la sicurezza inquietante dei grandi artisti della tradizione cristiana… Per i rapporti semplici e definitivi che stabilisce tra contenuto ed espressione, Pickpocket è un film di una novità folgorante, alla prima visione, rischia di bruciarvi gli occhi, allora fate come me tornateci tutti i giorni”. (Louis Malle, 1959)


PIERROT LE FOU
(Il bandito delle ore 11) di Jean-Luc Godard;
con Jean-Paul Belmondo, Anna Karina, Dick Sanders, Jean-Pierre Léaud, Samuel Fuller.
(Francia 1965, col., 112’) vers. orig. senza sottotitoli

Un giovane professore, insoddisfatto della propria vita piccolo-borghese, decide di abbandonare tutto e di fuggire verso sud con una sua vecchia fiamma...
Un film antinarrativo girato con stile caleidoscopico
“per la vivacità cromatica delle sue immagini e la sua
struttura fatta di instabili equilibri tra elementi
eterogenei”. (A. Farassino).
Uno dei capolavori di Godard.





PIETRO GERMI IL BRAVO, IL BELLO, IL CATTIVO
un film documentario di Claudio Bondì
  
 
Il film ripercorre, in una selezione molto ampia, alcune delle tappe più significative della cinematografia di Pietro Germi a partire dalla fine dell'esperienza neo-realista passando per l'invenzione della commedia all'italiana fino all'Oscar per la sceneggiatura di Divorzio all'Italiana. Un ritratto che svela il cinema del "grande falegname", come affettuosamente Federico Fellini aveva soprannominato Germi, ma anche il carisma del grande regista, raccontato dalla figlia Marialinda e dai familiari, dai suoi attori (Lando Buzzanca, Claudia Cardinale, Stefania Casini, Virna Lisi, Gianni Morandi, Stefania Sandrelli, Elena Varzi), dai colleghi Pupi Avati e Carlo Lizzani e dagli storici Adriano Aprà, Mario Sesti e Marco Vanelli. (Italia 2009, col., 85') 


LE PLAISIR di Max Ophuls;
tratto da tre racconti di Guy de Maupassant: "La maschera", "Casa Tellier", "La modella".
Con Gaby Morlay, Jean Gabin, Danielle Darrieux, Pierre Brasseur, Madeleine Renaud, Jean-Claude Dauphin
(Francia 1951, b/n, 93’, v.o. con sott. inglesi)

Il piacere raccontato in tre forme diverse attraverso tre racconti di Guy de Maupassant: il primo racconta il piacere e la giovinezza; il secondo, il piacere e la purezza; il terzo, il piacere e la morte. In La maschera, un anziano signore, nascosto sotto a una maschera giovanile, partecipa ogni sera a danze sfrenate fino a crollare sulla pista; in Casa Tellier, la tenutaria di una casa di tolleranza porta le sue ragazze in campagna perché assistano a una commovente cerimonia; in La modella, infine, vengono narrati gli amori di un pittore e della sua collaboratrice.

Tratto da 3 racconti di Guy de
Maupassant. In La maschera, un
anziano signore, nascosto sotto a
una maschera giovanile, partecipa
ogni sera a danze sfrenate fino a
crollare sulla pista; in Casa Tellier,
la tenutaria di una casa di tolleranza
porta le sue ragazze in campagna
perché assistano a una commovente
cerimonia; in La modella, infine,
vengono narrati gli amori di un
pittore e della sua collaboratrice.



PLANET ALEX  di Uli M. Schüppel
sceneg.: U. M. Schüppel, Charlotte Wetzel; fotografia: Alexander Fischerkoesen;
musica: Jacki Engelken, Ulrik Spiess;

con Marusha, Marie Zielcke, Nadeshda Brennicke, Baki Davrak, Ben Becker; 
produzione: De.Flex-Filmproduktion

(Germania, 2001, 102’) v.o. con sott. Ital.

Ritratto travolgente della Berlino contemporanea diventato un film di culto in patria. 




BBC

PLANET EARTH: THE FUTURE, ENVIRONMENT AND CONSERVATION
(Pianeta Terra: futuro, ambiente e conservazione)
(Gran Bretagna 2000-2006, 129', v.o. inglese)

"Raramente la televisione tocca il cuore e l'animo se non con Pianeta Terra"

-Tom Shales, Washington Post
Esplorare la vulnerabilità della natura in questa serie dedicata al Pianeta Terra mette in luce una commovente verità su diversi elementi naturali e favolosi paesaggi. Servendosi delle stupefacenti immagini di Pianeta Terra come punto di partenza, questa serie- documentario in tre parti approfondisce la questione ambientale e le modalità di salvaguardia e s'interroga su quanta parte del mondo mostrata in Pianeta Terra potrà essere ancora accessibile all'uomo.
Con il contributo di eminenti scienziati, teologi e ambientalisti- tra i quali Jonathan Porritt, EO Wilson, Tony Juniper, Sir David Attenborough e l'arcivescovo di Canterbury- la serie analizza il degrado ambientale del nostro pianeta e s'impegna a fondo per cercare possibili soluzioni al problema, se ve ne sono.




PLANET EARTH: DESERTS, ICE WORLD AND SHALLOW SEA
(Pianeta Terra: deserti, ghiacciai e mari poco profondi)
Con Sigourney Weaver
(Gran Bretagna 2000-2006, 128’, v.o. inglese)
Raramente la televisione tocca il cuore e l’animo se non con Pianeta Terra” -Tom Shales, Washington Post In programmazione da più di cinque anni, Pianeta Terra ridefinisce ad alto livello la produzione di documentari di storia naturale e prosegue la missione di Discovery Channel di trasmettere i programmi di maggior levatura al mondo. L’attrice vincitrice di Award e ambientalista Sigourney Weaver, racconta questa accattivante serie-documentario realizzata con una pellicola mai vista prima e con tecniche di alta definizione senza precedenti. In più, come bonus, sono disponibili interessanti retroscena per ogni incredibile episodio della serie. DESERTI Viaggia nei luoghi più desolati e impara come gli esseri animati riescono a sopravvivere in condizioni precarie nel deserto! Puoi trovare dai lama come i guanachi del deserto Atacama del Cile, che sopravvivono succhiando la rugiada dalle spine dei cactus, ai leoni, che setacciano l’arida Namibia a caccia di antilopi. Deserti svela i segreti della sopravvivenza in condizioni inimmaginabili. GHIACCIAI Avventurati nei Poli del nostro pianeta e scopri le terre più selvagge, dove il cambio di stagione è estremo! Puoi trovare dai pinguini imperatori che scampano al gelo più totale della Terra, agli orsi polari che escono dall’ibernazione con i loro cuccioli appena nati. Ghiacciai esplora un ecosistema in cui pochi sopravvivrebbero. MARI POCO PROFONDI Tuffati nelle acque poco profonde della Terra dove la luce del sole raggiunge il fondale marino e scopre un’esplosione di vita! Puoi vedere dalla rara collaborazione tra serpenti e pesci a caccia di cibo, al viaggio di migliaia di chilometri di una balena e del suo piccolo appena nato in cerca di cibo. Mari poco profondi esplora le immagini concesse raramente alla vista dei grandi Oceani del mondo.


POETI di Toni D'Angelo

con i Poeti:
Salvatore Sansone, Biagio Propato, Dante Maffia, Vito Riviello, Luciano Luisi, Elio Pecora, Marcia Teophilo e Maria Luisa Spaziani. (Italia 2009, col., 69')

"Un film su Roma. Un film sui poeti. Insomma: un film sui poeti a Roma. […] Essere poeti oggi a Roma significa innanzitutto confrontarsi con le presenze discrete ma pervasive di autori come Orazio, Leopardi, Keats e Pasolini. […] Sul grande schermo i volti dei poeti di oggi, le loro voci, i loro sguardi e le quinte di una città così lunare nelle inquadrature adottate da D’Angelo, si alternano alle immagini di repertorio. C’è la commovente orazione funebre di Moravia al funerale di Pasolini [...], ci sono le confessioni poetiche di Sandro Penna [...] ma soprattutto ci sono le immagini del festival di Castelporziano che ci restituiscono un giovanissimo Victor Cavallo, una Dacia Maraini snob e insicura, un impassibile Allen Ginsberg e, appunto, un appassionato Corso. Oggi ci sono Dante Maffia («i reading ci sono sempre stati...»). Vito Riviello, il raffinato Elio Pecora, il commosso Luciano Luisi e Maria Luisa Spaziani («altro che reading! La parola poetica, io, la voglio vedere non ascoltare!»). Tra il Laurentino e Tor Bella Monaca; tra piazza Vittorio e Ostia, i due virgilii scelti da D’Angelo incontrano e interrogano anche i volti nuovi della poesia romana come Silvia Bove, Cony Ray [...], Lidia Riviello, Gabriele Peritore, Giovanni Minio e Domenico Alvino. Il confronto è impari, ma la fiamma della poesia resta accesa". (Pier Francesco Borgia, Il Giornale on-line, 27-01-2010)



POGODA NA JUTRO (Tomorrow's Weather)
di Jerzy Stuhr; sceneggiatura: Jerzy Stuhr, Mieczyslaw Herba; fotografia: Edward Klosinski;
musica: Abel Korzeniowski;

con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zajàczkowska, Maciej Stuhr, Barbara Kaluzna, Roma Gasiorowska;
(Polonia, 2003, 95’)
v. o. con sott. italiani

Jerzy Stuhr mette in scena la vicenda di un uomo che ha vissuto isolato per vent’anni e si ritrova a fare i conti con la degenerazione sociale arrivata con il capitalismo.



IL PORTO DELLE NEBBIE

IL PORTO DELLE NEBBIE
(Quai des brumes) di Marcel Carné;
 tratto dal romanzo omonimo di Pierre MacOrlan;
sceneggiatura: Jacques Prévert;
con Jean Gabin, Michèle Morgan,
Michel Simon, Pierre Brasseur.
(Francia 1938, b/n,
90’) 
vers. italiana

Jean, un disertore delle truppe coloniali, incontra in un locale malfamato del porto la giovanissima Nelly, corteggiata dal teppistello Lucien e dal vecchio Zabel, e se ne innamora. Accusato ingiustamente dell’omicidio di Maurice, il fidanzato
di Nelly, in realtà ucciso da Zabel, Jean si prepara alla fuga. Prima di partire si reca però da Nelly per salutarla e sorprende Zabel mentre le sta usando violenza. Nella colluttazione Jean lo uccide. Nelly lo induce a scappare, ma...
 
Quai des brumes è tutto intriso del realismo poetico di Carné,  a cominciare dal naturalismo dei milieu, fotografato dal grande Eugène Schüfftan, e proseguendo con le ambientazioni sordide, in cui degli emarginati sono costretti a andare incontro al loro destino… “Una tragedia populista moderna con un eroe dimesso e solitario braccato dagli uomini e condannato dal fato”.



POWAQQATSI
di Godfrey Reggio
musica: Philip Glass
(USA 1985-87, 99', versione italiana)
Prodotto per il WWF
Il titolo in lingua Hopi significa "Vita in trasformazione"

AWARDS:
Madrid International Film Festival: Migliore cinematografia e Audience Award
Sao Paolo International Film Festival: Miglior Film
Festival Progetto Leonardo: Miglior film e migliore colonna sonora
Berlin Festival: Special Event
TASHKENT FILM FESTIVAL Grand Prizes/USSR Cinema Associations & Union of Soviet I

Powaqqatsi focalizza l'attenzione sui nativi del Terzo Mondo, le culture emergenti basate sull'agricoltura relative a Asia, India, Africa, Medio Oriente e Sudamerica, e sul modo in cui essi si esprimono attraverso il lavoro e le tradizioni. Il film è il secondo episodio della trilogia QATSI e racconta l'impatto del progresso sull'ambiente.
Mentre Koyaanisqatsi tratta l'equilibrio tra natura e società moderna, Powaqqatsi è la celebrazione del tentativo da parte di queste popolazioni di conquistare l'artigianato, il culto spirituale, il lavoro e la creatività, tutte qualità che definiscono una data cultura. Ma è anche la celebrazione della rarità, della delicata bellezza negli occhi di un bambino indiano, lo splendore di un arazzo tessuto a Kathmandu e, infine, un'osservazione su come tali società si muovano al ritmo di un tamburo universale.
Powaqqatsi offre anche un'immagine di modi di vita contrastanti e in parte mostra come l'esca della meccanizzazione e della tecnologia e lo sviluppo delle megalopoli stiano avendo effetti negativi sulle civiltà in via di sviluppo.
Diverse immagini di Powaqqatsi fanno presupporre l'esistenza di una certa letargia che colpisce gli abitanti della città. Questi potrebbero avere gli stessi volti che abbiamo visto in paesi più piccoli ma sono impietriti all'apparenza; i loro sguardi riflettono prudenza, incertezza.
Inoltre Powaqqatsi, dichiara Reggio, non è un film su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere. "E' un'impressione, un'analisi di come la vita sta cambiando".
Per meglio dire, Powaqqatsi è una testimonianza di diversità e trasformazione, di culture che muoiono e altre che prosperano, dell'industria fine a se stessa e dei frutti del lavoro individuale, presentati come una sinfonia umana completa e integrata alla colonna sonora di Philip Glass- l'omologa esecuzione realizzata con strumenti indigeni, classici ed elettronici- e ai ritmi tribali fusi in un singolo tema magistrale.


PRENDIAMOCI LA VITA 
Rassegna di Cinegiornali del ‘68 a cura di Silvano Agosti:
Autori: Hugo Aisemberg, Empedocle Amato, Daniela Bendoni, Marisa Busanel, Angelo Caligaris, Gigi Campanelli, Umberto Carani, Carlo Cego Pernigotto, Franco Fumelli, Nino Giammarco, Paolo Ristonchi, Giampiero Rossi, Duccio Trombadori. (Italia 2008, b/n, 240’
)

Racconto di 10 anni del movimento studentesco. Dieci anni (1968-1978) di immagini di vita e cronaca italiane, dieci anni straordinari di questo paese, compressi fino a oggi dal ‘68, che secondo l’autore ha aperto la porta a un decennio di grande importanza per la vita politica e culturale italiana. 


PRETTY BABY (La Petite)
R.: L. Malle. Sc.: L. Malle, Polly Platt. Fot.: Sven Nykvist. Int.: Keith Carradine, Susan Sarandon, Brooke Shields, Barbara Steele.
(USA, 1978, col., 109')
New Orleans agli inizi del ‘900. Ambientata in un quartiere a luci rosse, la storia incredibile ma vera di una dodicenne (Violet, figlia di una prostituta) cresciuta in una eccentrica casa chiusa. Un fotografo frequentatore del bordello si innamora della "piccola" Violet, irrequieta e turbolenta... Un film sontuoso, viscontiano, tenero, che non si vede mai, purtroppo.

"Il regista di Lacombe Lucien osserva e rappresenta quel microcosmo misterioso - un lussuoso bordello di New Orleans nel primo decennio del Novecento - con una lucidità, e una delicatezza, straordinarie, senza falsi pudori ma anche senza compiacimenti né moralismi". (Aldo Tassone)

IL PROCESSO DI GIOVANNA D'ARCO

(
Proces de Jeanne D'arc)

Regia, soggetto e sceneggiatura:
Robert Bresson
Fotografia:
Leonce-Henri Burel
Musiche: Francis Seyrig; Montaggio:
Germaine Artus
Scenografia:
Pierre Charbonnier
Costumi:
Lucilla Mussini
Interpreti:
Florence Carrez, Jean Darbaud, Philippe Dreux, Jean-Claude Fourneau, Jean Gillibert, Michel Herubel, Roger Honorat, Marc Jacquier, André Regnier
Produzione
: Agnes Delahaie per Pathé
(Francia 1962, b/n, 90’)
 

Ricostruzione attenta del processo intentato a Giovanna d'Arco a Rouen da gennaio a maggio 1431 concluso con la condanna al rogo della Pulzella d'Orléans che qui appare non un'eroina popolare ma una donna disinvolta in grado di controbattere ai giudici con un linguaggio elegante.

[...] Sesto film di Bresson, è, come gli altri, il resoconto di un'avventura spirituale e un omaggio, nato dall'amore, a una creatura di Dio di cui ancor oggi persino i non credenti ammirano “la prudenza, la finezza, l'intelligenza [...]. ("Il Morandini 2009" Zanichelli Editore)



IL PROSSIMO TUO
un film di ANNE RIITTA CICCONE
con
Jean Hugues Anglad, Maya Sansa,
Laura Malmivaara, Sulevi Peltola,
Massimo Poggio, Matti Ristinen,
Romina Hadzovic, Ivan Franek , Samuel Cahu
(Italia/Finlandia/Francia 2008; col.; 123’)


Roma, Helsinki, Parigi, dopo l'attentato di Madrid.
Tre personaggi alle prese con un problema di "rapporto con l'altro". Un giornalista scampato alla morte in Afghanistan, un’hostess con un dolore di cui non riesce a parlare, una pittrice disillusa e malata di seduzione compulsiva, costretti a confrontarsi con qualcuno che ne mette in luce le paure, in un clima generale di sospetto, aggrappandosi  alla carnalità del sesso come fuga, o rifugiandosi tra quattro pareti per paura della violenza.
“L’altro”,  il vicino è fonte di ansia e di disturbo per Maddalena, Jean Paul ed Eeva, così anche per la piccola Elèna che vive a Roma ma la cui famiglia è extracomunitaria, per il professor Usko che non si è mai spostato dalla Finlandia e che è stupito e preoccupato dalla velocità con cui cambiano i tempi e la sempre maggiore mescolanza delle genti e delle lingue...
       

"Il terzo lungometraggio di Anne Riitta Ciccone
è un'opera decisamente pregevole per la sua
capacità di introspezione e di poesia,
per il quadro autentico ed inquietante
che riesce a dipingere di una parte
della nostra società.
Un film così raro, in grado di emozionare
e risvegliare [...]. 
(G. Galletta)

 



PUCCINI E LA FANCIULLA
di Paola Baroni e Paolo Benvenuti
Regia: Paolo Benvenuti
Sceneggiatura: Paolo Benvenuti, Paola Baroni
Fotografia: Giovanni Battista Marras
Montaggio: César Augusto Meneghetti
Musica: Paola Baroni (Progetto Musicale)
Scenografia: Paolo Benvenuti, Aldo Buti
Costumi: Simonetta Leoncini
Suono: Mirco Mencacci, Alberto Amato
Interpreti:
Riccardo Joshua Moretti, Tania Squillario,  Giovanna Daddi, Debora Mattiello, Federica Chezzi
Produzione: Paolo Benvenuti e Gianpaolo Smiraglia per Arsenali Medicei
(Italia 2008, col., 84')

Nel 1908 Giacomo Puccini sta componendo una nuova opera, tratta dal dramma di David Belasco "The Girl of the Golden West", nella sua villa di Torre del Lago. Proprio dinanzi all’abitazione del musicista c’è lo “Chalet da Emilio”, sospeso su palafitte: un rustico ritrovo di legno e falasco, frequentato da pescatori e cacciatori di frodo. Dietro il banco, a dispensare vino e sorrisi, c’è Giulia...

"Un amore segreto  di Puccini evocato senza parole ma con infinita grazia in un film che scava nel mistero della creazione (e dell'eros)  usando le immagini come una partitura musicale. [...] È l'altra faccia della Belle Époque, la crudeltà nascosta dietro il galateo, la verità dei rapporti di dominio (e fascinazione reciproca) osservati a distanza da un regista che sa far parlar la Storia attraverso paesaggi, silenzi, costumi, buone maniere. Sofisticato, ammirevole". (Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 25/03/2010)



IL PUGILE E LA BALLERINA

di Francesco Suriano
sog.e sceneg. Marco Saura, Francesco Suriano
scenografia: Bruno Colella
fotografia: Alessio Gelsini
montaggio: Natalie Cristiani
musiche: Giuseppe Napolisuono: Alessandro Rolla
costumi: Caterina Nardi, Claudia Vaccario
interpreti: 
Marcello Mazzarella, Enzo Mazzarella,
Fabio Mattei, Peppino Mazzotta

produzione: Pier F. Aiello, P.F.A. Films S.R.L. (Italia 2006, b/n, 96’)

Enzo e Fabio vivono insieme a Roma e sono una strana coppia. Enzo è un grande esperto e mercante d'arte del Novecento. Fabio è un pugile la cui carriera sportiva tende al fallimento. Enzo è omosessuale. Fabio non lo è per niente. Si rispettano a vicenda ma la tensione non manca. È la storia di tre anni di amore unilaterale, senza speranza. Nel racconto il prima e il dopo si confondono e si sovrappongono come se la storia cercasse strade capaci di districare le ragioni di questo amore impossibile. Anche Osho e Carletto sono una strana coppia: passano le giornate facendo piccole truffe, fingendosi poliziotti. Ma Osho prevale su Carletto e il loro è un rapporto di irrisolta sopraffazione. Le due coppie vivono una vita parallela fatta di incomprensione e violenza...

"Questa storia ha come sfondo il dualismo tra finzione e realtà. La storia delle due "coppie", il gallerista con il pugile, e il poliziotto giovane con quello con più esperienza, ha proprio in sé questa sostanza: la coppia di Enzo e Fabio che sembra una storia di finzione è invece una storia vera, ovviamente trasposta cinematografica-mente ed è interpretata da due non attori che sono i veri Enzo e Fabio. La coppia dei due poliziotti corrotti, è invece una storia di fantasia [...]".
 (Francesco Suriano)

Enzo e Fabio vivono al centro di Roma. Enzo, mercante d'arte, è gay e ama non riamato Fabio, eterosesuale e pugile fallito. Carletto e Osho vivono in periferia. Si fingono agenti e vivono di piccole truffe. In una Roma invernale le loro vicende sembrano risolversi. (La Repubblica -Trovaroma)

FRANCESCO SURIANO
F. Suriano è nato a Roma nel 1963. Autore e regista teatrale, debutta nel cinema come sceneggiatore nel mediometraggio Oreste a Tor Bella Monaca (1994), vincitore del Gabbiano d'oro a Bellaria. Scrive con Roberta Torre Sud side stori (2000). Come regista realizza il documentario Partenze (1996). Il pugile e la ballerina (2006) è il suo primo lungometraggio
 


LA PYRAMIDE HUMAINE
di Jean Rouch
Sceneggiatura: J: Rouch; fotografia: Louis Miaille; suono: Michel Fano;
con Jean Rouch, Nadine Ballot, Denise, Alain, Jean-Claude, Elola, Nathalie, Dominique, Landry, studenti di un liceo di Abidjan (Costa d’Avorio).
(1961, colore, 90’, v.o. francese)


In un liceo di Abidjan bianchi e neri frequentano le stesse classi, ma, al di fuori della scuola, i due gruppi si ignorano reciprocamente. Rouch sceglie alcuni studenti per interpretare un film nel quale si racconti di come sia possibile l’integrazione tra neri e bianchi. Tra rivalità adolescenziali, danze tribali africane, problemi borghesi dei ragazzi europei, la morte drammatica di uno dei ragazzi e discussioni sulla segregazione razziale, il film nel film dipana la storia di un avvicinamento tra due culture normalmente divise. Alla fine delle riprese gli studenti-attori hanno compiuto lo stesso percorso dei loro doppi cinematografici.

La ricerca etno-antropologica di Rouch ha ispirato tanto il cinéma-vérité quanto il cinéma-directe di ambito americano, oltre ad essere un punto di riferimento per la Nouvelle Vague. Con il suo approccio inedito Rouch ha contribuito all’evoluzione della tecnica (maggiore libertà accordata al regista) e della prassi produttiva (l’impiego di una troupe ridotta, della cinepresa “portatile”).
Ne La pyramide humaine emerge fortemente anche l’impegno politico. Il suo intervento diretto nella storia del film è stato criticato sia dal fronte dei documentario che da quello del film di fiction
“Ciò che anni in comune a scuola non avevano fatto, è riuscito ad ottenere un film, le cui riprese non sono durate più di un mese. In un piccolo gruppo di africani ed europei la parola razzismo non ha più significato”. (Jean Rouch La piramide umana «Cinema 60», n.° 6 dic. 1960)
“Radicato nella vita collettiva, dispone ora di una libertà di invenzione sconosciuta nel cinema tradizionale...”. [...] Certo si è potuto rimproverare a Jean Rouch di intervenire nella realtà, di rifiutare di essere semplicemente testimone, ma sembra giustamente che, in questo caso, pur restando «documentario», il film sfoci nella finzione e la trascini nella realtà, aprendo la strada a un metodo che farebbe del film a soggetto «una realtà possibile» e non un «reale costruito»”. (Jesan Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, 1971, Milano, pp. 260-262.)






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