P - Schede film
Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabeticoA | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z
PLAINS EMPTY
di Beck Cole
con Josef Ber, Tina Bursill, Gerard Kennedy, Kerry Naylon, Ngaire Pigram
Produzione: Kath Shelper (Australia 2005, 27') v.o. inglese
Presentato al Sundance Film Festival (2005)
Sinossi
Quando Sam e il marito si trasferiscono in una zona ricca di giacimenti minerari lontana dalla città e desolata, deve lottare per sopportare la solitudine. In realtà, si chiede se è davvero sola.
Plains Empty è un affascinante dramma umano di una donna che, durante l'intensa solitudine che l'affligge tra le miniere, incontra lo spirito di una giovane donna aborigena che si scopre essere la zia di Sam. Così Sam inizia ad interrogarsi su quello che lo spirito vuole comunicarle.
Il film rappresenta la metafora di tutto il paesaggio australiano, dove i personaggi viventi sono sostituiti dagli spiriti del passato e, a ben guardare, il passato sembra essere sempre presente.
Beck Cole è sempre stata affascinata dai fantasmi e si è recata spesso ad Adelaide per "il grande fumo".
Durante uno di quei viaggi che faceva con la zia, quest'ultima ha visto improvvisamente una bambina sulla strada dopo aver superato Coober Pedy. Così hanno rigirato la macchina e sono tornate nel punto in cui l'avevano vista ma al posto della bambina c'era un bambino. Lo hanno riportato a Coober Pedy, dove un gruppo di aborigeni stava facendo una serie di rituali perché avevano perso il bambino.
La Cole intesse sovrannaturale e autobiografia dando vita a un risultato saporitamente innovativo e accattivante.
PLANET ALEX di Uli M. Schüppel
sceneg.: U. M. Schüppel, Charlotte Wetzel; fotografia: Alexander Fischerkoesen;
musica: Jacki Engelken, Ulrik Spiess;
con Marusha, Marie Zielcke, Nadeshda Brennicke, Baki Davrak, Ben Becker;
produzione: De.Flex-Filmproduktion
(Germania, 2001, 102’) v.o. con sott. Ital.
Ritratto travolgente della Berlino contemporanea diventato un film di culto in patria.
BBC
PLANET EARTH: THE FUTURE, ENVIRONMENT AND CONSERVATION (Pianeta Terra: futuro, ambiente e conservazione)
(Gran Bretagna 2000-2006, 129', v.o. inglese)
"Raramente la televisione tocca il cuore e l'animo se non con Pianeta Terra"
-Tom Shales, Washington Post
Esplorare la vulnerabilità della natura in questa serie dedicata al Pianeta Terra mette in luce una commovente verità su diversi elementi naturali e favolosi paesaggi. Servendosi delle stupefacenti immagini di Pianeta Terra come punto di partenza, questa serie- documentario in tre parti approfondisce la questione ambientale e le modalità di salvaguardia e s'interroga su quanta parte del mondo mostrata in Pianeta Terra potrà essere ancora accessibile all'uomo.
Con il contributo di eminenti scienziati, teologi e ambientalisti- tra i quali Jonathan Porritt, EO Wilson, Tony Juniper, Sir David Attenborough e l'arcivescovo di Canterbury- la serie analizza il degrado ambientale del nostro pianeta e s'impegna a fondo per cercare possibili soluzioni al problema, se ve ne sono.
PLANET EARTH: DESERTS, ICE WORLD AND SHALLOW SEA
(Pianeta Terra: deserti, ghiacciai e mari poco profondi)
Con Sigourney Weaver
(Gran Bretagna 2000-2006, 128’, v.o. inglese)
“Raramente la televisione tocca il cuore e l’animo se non con Pianeta Terra” -Tom Shales, Washington Post In programmazione da più di cinque anni, Pianeta Terra ridefinisce ad alto livello la produzione di documentari di storia naturale e prosegue la missione di Discovery Channel di trasmettere i programmi di maggior levatura al mondo. L’attrice vincitrice di Award e ambientalista Sigourney Weaver, racconta questa accattivante serie-documentario realizzata con una pellicola mai vista prima e con tecniche di alta definizione senza precedenti. In più, come bonus, sono disponibili interessanti retroscena per ogni incredibile episodio della serie. DESERTI Viaggia nei luoghi più desolati e impara come gli esseri animati riescono a sopravvivere in condizioni precarie nel deserto! Puoi trovare dai lama come i guanachi del deserto Atacama del Cile, che sopravvivono succhiando la rugiada dalle spine dei cactus, ai leoni, che setacciano l’arida Namibia a caccia di antilopi. Deserti svela i segreti della sopravvivenza in condizioni inimmaginabili. GHIACCIAI Avventurati nei Poli del nostro pianeta e scopri le terre più selvagge, dove il cambio di stagione è estremo! Puoi trovare dai pinguini imperatori che scampano al gelo più totale della Terra, agli orsi polari che escono dall’ibernazione con i loro cuccioli appena nati. Ghiacciai esplora un ecosistema in cui pochi sopravvivrebbero. MARI POCO PROFONDI Tuffati nelle acque poco profonde della Terra dove la luce del sole raggiunge il fondale marino e scopre un’esplosione di vita! Puoi vedere dalla rara collaborazione tra serpenti e pesci a caccia di cibo, al viaggio di migliaia di chilometri di una balena e del suo piccolo appena nato in cerca di cibo. Mari poco profondi esplora le immagini concesse raramente alla vista dei grandi Oceani del mondo.
POGODA NA JUTRO (Tomorrow's Weather)
di Jerzy Stuhr; sceneggiatura: Jerzy Stuhr, Mieczyslaw Herba; fotografia: Edward Klosinski;
musica: Abel Korzeniowski;
con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zajàczkowska, Maciej Stuhr, Barbara Kaluzna, Roma Gasiorowska;
(Polonia, 2003, 95’) v. o. con sott. italiani
Jerzy Stuhr mette in scena la vicenda di un uomo che ha vissuto isolato per vent’anni e si ritrova a fare i conti con la degenerazione sociale arrivata con il capitalismo.
POWAQQATSI
di Godfrey Reggio
musica: Philip Glass
(USA 1985-87, 99', versione italiana)
Prodotto per il WWF
Il titolo in lingua Hopi significa "Vita in trasformazione"
AWARDS:
Madrid International Film Festival: Migliore cinematografia e Audience Award
Sao Paolo International Film Festival: Miglior Film
Festival Progetto Leonardo: Miglior film e migliore colonna sonora
Berlin Festival: Special Event
TASHKENT FILM FESTIVAL Grand Prizes/USSR Cinema Associations & Union of Soviet I
POWAQQATSI
(USA 1985-87, 99 min.)
Powaqqatsi focalizza l'attenzione sui nativi del Terzo Mondo, le culture emergenti basate sull'agricoltura relative a Asia, India, Africa, Medio Oriente e Sudamerica, e sul modo in cui essi si esprimono attraverso il lavoro e le tradizioni. Il film è il secondo episodio della trilogia QATSI e racconta l'impatto del progresso sull'ambiente.
Mentre Koyaanisqatsi tratta l'equilibrio tra natura e società moderna, Powaqqatsi è la celebrazione del tentativo da parte di queste popolazioni di conquistare l'artigianato, il culto spirituale, il lavoro e la creatività, tutte qualità che definiscono una data cultura. Ma è anche la celebrazione della rarità, della delicata bellezza negli occhi di un bambino indiano, lo splendore di un arazzo tessuto a Kathmandu e, infine, un'osservazione su come tali società si muovano al ritmo di un tamburo universale.
Powaqqatsi offre anche un'immagine di modi di vita contrastanti e in parte mostra come l'esca della meccanizzazione e della tecnologia e lo sviluppo delle megalopoli stiano avendo effetti negativi sulle civiltà in via di sviluppo.
Diverse immagini di Powaqqatsi fanno presupporre l'esistenza di una certa letargia che colpisce gli abitanti della città. Questi potrebbero avere gli stessi volti che abbiamo visto in paesi più piccoli ma sono impietriti all'apparenza; i loro sguardi riflettono prudenza, incertezza.
Inoltre Powaqqatsi, dichiara Reggio, non è un film su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere. "E' un'impressione, un'analisi di come la vita sta cambiando".
Per meglio dire, Powaqqatsi è una testimonianza di diversità e trasformazione, di culture che muoiono e altre che prosperano, dell'industria fine a se stessa e dei frutti del lavoro individuale, presentati come una sinfonia umana completa e integrata alla colonna sonora di Philip Glass- l'omologa esecuzione realizzata con strumenti indigeni, classici ed elettronici- e ai ritmi tribali fusi in un singolo tema magistrale.
PRENDIAMOCI LA VITA
Rassegna di Cinegiornali del ‘68 a cura di Silvano Agosti:
Autori: Hugo Aisemberg, Empedocle Amato, Daniela Bendoni, Marisa Busanel, Angelo Caligaris, Gigi Campanelli, Umberto Carani, Carlo Cego Pernigotto, Franco Fumelli, Nino Giammarco, Paolo Ristonchi, Giampiero Rossi, Duccio Trombadori. (Italia 2008, b/n, 240’)
Racconto di 10 anni del movimento studentesco. Dieci anni (1968-1978) di immagini di vita e cronaca italiane, dieci anni straordinari di questo paese, compressi fino a oggi dal ‘68, che secondo l’autore ha aperto la porta a un decennio di grande importanza per la vita politica e culturale italiana.
LA PYRAMIDE HUMAINE
di Jean Rouch
Sceneggiatura: J: Rouch; fotografia: Louis Miaille; suono: Michel Fano;
con Jean Rouch, Nadine Ballot, Denise, Alain, Jean-Claude, Elola, Nathalie, Dominique, Landry, studenti di un liceo di Abidjan (Costa d’Avorio).
(1961, colore, 90’, v.o. francese)
In un liceo di Abidjan bianchi e neri frequentano le stesse classi, ma, al di fuori della scuola, i due gruppi si ignorano reciprocamente. Rouch sceglie alcuni studenti per interpretare un film nel quale si racconti di come sia possibile l’integrazione tra neri e bianchi. Tra rivalità adolescenziali, danze tribali africane, problemi borghesi dei ragazzi europei, la morte drammatica di uno dei ragazzi e discussioni sulla segregazione razziale, il film nel film dipana la storia di un avvicinamento tra due culture normalmente divise. Alla fine delle riprese gli studenti-attori hanno compiuto lo stesso percorso dei loro doppi cinematografici.
La ricerca etno-antropologica di Rouch ha ispirato tanto il cinéma-vérité quanto il cinéma-directe di ambito americano, oltre ad essere un punto di riferimento per la Nouvelle Vague. Con il suo approccio inedito Rouch ha contribuito all’evoluzione della tecnica (maggiore libertà accordata al regista) e della prassi produttiva (l’impiego di una troupe ridotta, della cinepresa “portatile”).
Ne La pyramide humaine emerge fortemente anche l’impegno politico. Il suo intervento diretto nella storia del film è stato criticato sia dal fronte dei documentario che da quello del film di fiction
“Ciò che anni in comune a scuola non avevano fatto, è riuscito ad ottenere un film, le cui riprese non sono durate più di un mese. In un piccolo gruppo di africani ed europei la parola razzismo non ha più significato”. (Jean Rouch La piramide umana «Cinema 60», n.° 6 dic. 1960)
“Radicato nella vita collettiva, dispone ora di una libertà di invenzione sconosciuta nel cinema tradizionale...”. [...] Certo si è potuto rimproverare a Jean Rouch di intervenire nella realtà, di rifiutare di essere semplicemente testimone, ma sembra giustamente che, in questo caso, pur restando «documentario», il film sfoci nella finzione e la trascini nella realtà, aprendo la strada a un metodo che farebbe del film a soggetto «una realtà possibile» e non un «reale costruito»”. (Jesan Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, 1971, Milano, pp. 260-262.)
“Radicato nella vita collettiva, dispone ora di una libertà di invenzione sconosciuta nel cinema tradizionale...”. [...] Certo si è potuto rimproverare a Jean Rouch di intervenire nella realtà, di rifiutare di essere semplicemente testimone, ma sembra giustamente che, in questo caso, pur restando «documentario», il film sfoci nella finzione e la trascini nella realtà, aprendo la strada a un metodo che farebbe del film a soggetto «una realtà possibile» e non un «reale costruito»”. (Jesan Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, 1971, Milano, pp. 260-262.)

