Q - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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LES QUATRE CENTS COUPS (I 400 colpi)
di François Truffaut;
musica: Jean Constantin;
fotografia: Henry Decaë;
scenografia: Bernard Evein;
montaggio: Marie-Josèphe Yoyotte;

con Jean-Pierre Léaud, Albert Rémy, Claire Maurier, Jeanne Moreau, Jean Douchet, Jean-Claude Brialy
(Francia 1959, b/n, 93’) v.o. con sott. italiani
Premio per la miglior regia al Festival di Cannes,
Premio Fémina Belge du Cinéma (Ulivo d’oro),
Premio della critica newyorchese per il miglior film straniero 

Un poema sulla solitudine e sui dolori di un adolescente cresciuto senza amore e la sua ribellione. Uno dei capolavori della Nouvelle Vague. Il film è dedicato ad André Bazin, “maestro” e padre adottivo di Truffaut.





QUELL'OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO
(Cet obscur objet du désir)
di L. Buñuel;
dal romanzo "La femme et le pantin" (1898) di Pierre Louÿs;
sceneggiatura: L. Buñuel, Jean-Paul Carrière;
con Fernando Rey, Carole Bouquet,
Angela Molina, Julien Bertheau, André Weber, Milena Vukotic
(Francia 1977, col., 100’, v.o. con sott. italiani)

Quell'oscuro oggetto del desiderio è nascosto fra le gambe di Conchita. Così inaccessibile a Mathieu, che nell'ossessione di possederlo l'uomo perde orgoglio e decoro. È così inafferrabile e oscuro che la sua proprietaria ha due volti, di madonna e sgualdrina, né sai mai quale più ti accenda. Mathieu è un ricco signore sui sessanta, con villa di lusso. [...] 
L'ha avuta in casa come cameriera, e subito se n'è ingolosito.
 Conchita ha sorriso, ha detto di no, e l'indomani si è licenziata. Dirà di no anche più tardi, quando Mathieu vi si imbatte in Svizzera, ma soffiando sul fuoco con gentile malizia. Sicché l'uomo, sempre più caldo, aspetta e spera. […] Piccola gemma del diadema che incorona un sovrano del cinema, Quell'oscuro oggetto del desiderio è un film incantevole. […] Più che un'ennesima variazione sul tema della donna angelo e demone che trascina nel ridicolo lo schiavo d'amore, dettata quasi sempre da misoginia, il film è un allegro e moderno mettere alla berlina il mito del possesso. […] Fuggiamo in tempo la tentazione di illuminare tutte le quinte e gli anfratti delle metafore. Corriamo con gaudio verso le reti che Buñuel ci tende così tepide e confortevoli. Possiamo goderci il film anche senza spiegarne gli angoli bui, tanto lucida, fresca, vibrante di luci segrete è l'aria che vi si respira, tanto lineare è il racconto di quelle doppie ambiguità. Tutto posseduto, lui sì, dall'ironia d'un vecchio saggio [...]”. (G. Grazzini, da Il Corriere della Sera,
28 novembre 1977)

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