W - Schede film


Le schede dei film sono catalogate in ordine alfabetico

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WARSZAWA
(Warsaw) di Dariusz Gajewski 
sceneggiatura: Dariusz Gajewski, Mateusz Bednarkiewicz; fotografia: Wojciech Szepel; montaggio: Jaroslaw Barzan; 
con Lech Mackiewicz, Dominika Ostalowska, Lukasz Garlicki, Slawomir Orzechowski, Witold Wielinski; (Polonia, 2003, 104’)
v. o. con sott. italiani 



WATERBUSTER
di J. Carlos Peinado
(USA 2006, 78', v.o. inglese)

Presentato all'
Environmental Film Festival, Washington (2007)

Il regista di documentari J. Carlos Peinado si imbarca in un viaggio di scoperta biografica alla ricerca delle sue terre ancestrali in Nord Dakota. Vivendo su una barca in California, capisce quanto si è separato dalla sua casa di famiglia, dalla sua comunità di origine e dalla sua identità di indiano d'america. Dopo aver viaggiato attraverso tanti mondi diversi, tutti lontani dalla riserva indiana di Fort Berthold, il regista capisce che non potrà scegliere la forma del suo futuro fino a che non capisce e riabbraccia il suo passato. Seguendo all'indietro i passi della sua nonna materna Elisabeth fino alla riserva, incontra un casta di personaggi di molte generazioni diverse. Le interviste rivelano la fiera e silente natura della sua tribù. I mandan-hidasatsa-arikara nation, i contributi che hanno portato alla cultura e alla storia americana e il loro profondo attaccamento alla terra dura e piena di storia delle praterie nordoccidentali - un attaccamento che ha avuto spesso un prezzo altissimo.

Incontra il triste ottimismo della generazione di sua nonna, e apprende i fatti e gli eventi del 1940 e del 1950 che colpirono le loro vite. La costruzione della diga Army Corps of Engineers Garrison, che inondò 156.000 ettari di terreno fertile e adibito al pascolo, lungo le rive del Missouri nelle terre in fondo alla riserva. E il tentativo del governo federale di eliminare le tribù indiane con una politica di sterminio e rilocazione.

Nel seguitare del film, iniza a rientrare in contatto con la sua famiglia e la sua comunità, e scopre che l'ironia è di casa sulle pianure del nord: la riserva della diga di Garrison, chiamata il lago Sakagawea come la giovane donna che aiutò il corpo degli esploratori Lewis e Clark - si sta asciugando.

Infine la storia e un confronto di identità, una bi-culturale ibrida identità di indiano e non indiano , concludendo nello sforzo comune di tutti gli americani del 21 secolo a trovare un senso di luogo di comunità e una casa.





WHO KILLED THE ELECTRIC CAR? (Chi ha ucciso l'auto elettrica?)
di Chris Paine
(USA 2006, 92', v.o. inglese con sottotitoli italiani)

Presentato nel 2006 al Tribeca Film Festival (New York), al Sundance Film Festival e al Berlin International Film Festival

Nomination: Miglior documentario -Environmental Media Awards (2006)

Premi: Special Jury Prize- Mountain Film (Telluride) (2006)

Nomination: Miglior documentario- Writers Guild of America

Premi: Audience Award- Canberra International Film Festival

Nomination: Miglior film documentario 2007- Broadcast Film Critica Association

Who Killed the Electric Car? (Chi ha ucciso l'auto elettrica?) è un film documentario che esplora la nascita, la limitata commercializzazione e la successiva morte dell'automobile elettrica a batterie negli Stati Uniti, e nello specifico della General_Motors_EV1 degli anni '90, concepita per eliminare lo smog. L'auto è sparita tre anni dopo.

In anteprima italiana a Torino, il film esplora il ruolo delle case produttrici di automobili, dell'industria petrolifera, del Governo degli USA, dei limiti tecnologici e dei consumatori nel limitare lo sviluppo e l'adozione di questa tecnologia. Attraverso le interviste e il racconto esso dipinge il quadro di una cultura industriale la cui avversione al cambiamento e la dipendenza dai carburanti può diventare più forte della sua capacità di trovare soluzioni immediate.

Pubblicato in DVD nel mercato dell'home video il 14 novembre 2006 dalla Sony Pictures Home Entertainment, il film documentario ha ottenuto il terzo incasso più alto negli Stati Uniti ed è stato presentato in concomitanza con Una scomoda verità in molti mercati.




Wodaabe-the herdsmen of the sun (Wodaabe- I pastori del sole)
di Werner Herzog
(Germania 1989, 49', v.o. inglese)

Regia: Werner Herzog
Musiche: Gounod (Ave Maria); Sänger (A. Moreschi); Mozart (Don Giovanni); Sänger(L. Lehmann); Händel (Xerxes); Sänger (Emm Leisner); Verdi (Requiem); Sänger (Ria Ginster); Händel (Julius Caesar)
Direttore della fotografia: Jörg Schmidt- Reitwein
Montaggio: Maximiliane Mainka
Produttori: Walter Saxer
Suono: Walter Saxer

WODAABE- THE HERDSMEN OF THE SUN Wodaabe- I pastori del sole)
(Germania 1989, 49 min.)

Sinossi

Un affascinante ritratto della tribù degli Wodaabe nel Sahara, che si considerano la popolazione più bella al mondo. Appartengono alla popolazione dei Fulbe e vivono da nomadi lungo il lembo sud del Sahara. Le loro origini sono un mistero; ci sono teorie sulla loro possibile migrazione, avvenuta attraversando il Mar Rosso dalla Mesopotamia durante la preistoria. Alcune incisioni sulle rocce del Sahara meridionale, che hanno una datazione di circa 5000 anni, attestano una loro presenza che risale all'Età della Pietra. Da allora, la drammatica espansione del deserto ha limitato sempre più il loro spazio vitale. Disprezzati da tutte le popolazioni confinanti, essi vengono definiti "Bororos", traducibile con l'accezione "pastori emarginati"; loro chiamano loro stessi "Wodaabe", ovvero "coloro che vivono nel vincolo della purezza". "La Terra non appartiene a nessuno", dicono. "Appartiene semplicemente agli uomini, se sono pastori del Sole".

Note di regia

"Sebbene il film possa essere considerato un'opera etnografica, Herzog lo commenta così: " [I miei film] possono essere considerati antropologici solo in quanto tentano di esplorare la condizione umana in un momento particolare su questo pianeta. Non faccio film che riprendono nuvole e alberi, io lavoro con gli esseri umani, perché mi interessa il modo in cui si relazionano con diversi gruppi culturali. Se ciò mi rende un antropologo, allora lo sono". Le inquadrature che aprono il film descrivono un rituale della bellezza maschile, mostrando uomini che danzano in elaborati costumi, che esaltano la loro altezza e il candore degli occhi e dei denti per conquistare le donne, mentre si ascolta in sottofondo l'Ave Maria (in una registrazione del 1901 cantata dall'ultimo castrato del Vaticano). Il film è stilizzato al punto da raggiungere un livello estatico ed è caratterizzato da campi lunghi sulle distese del Sahara e sugli accampamenti dei Wodaabe".

(brano tratto da Herzog on Herzog, a cura di Paul Cronin, Faber and Faber Limited, 2002)

WRÓŻBY KUMAKA (The Call of the Toad)
di Robert Glinski; sceneg.: Cezary Harasimowicz, Paweł Huelle, Klaus Richter, da un romanzo di Günter Grass; fot.: Jacek Petrycki; mus.: Richard G. Mitchell;
con Krystyna Janda, Matthias Habich, Dorothea Walda, Bhasker Patel, Udo Samel;
(Polonia/Germania, 2005, 98’) v. o. con sott. italiani  

Un uomo tedesco e una donna polacca inseguono il sogno di dare a Danzica, città quanto mai simbolica, un cimitero che oltrepassi le barriere nazionali.


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